I tre capisaldi del calcio che fu (che è e che sarà…)

PRIMO: Non prenderle

Quando il Mister ci chiamava, a fine allenamento, già sapevamo che cosa ci sarebbe toccato. Erano tutti i martedì e giovedì dei nostri 15-16 anni di giovani e non necessariamente promettenti calciatori. Il venerdì di solito si faceva lavoro tattico e tiri in porta, la giornata più blanda della settimana come carichi di lavoro. E, al venerdì, non c’era il richiamo speciale del Mister. Eravamo sempre in due, io e il compagno di sventura, accomunati da un unico destino: esercizi supplementari di vario genere, solitamente col pallone, solitamente brevi ma intensi, piccole ramanzine o raccomandazioni. Un quarto d’ora di concentrazione in più rispetto ai compagni, già sotto la doccia, già col tè caldo in mano.

Ci accomunava anche un altro fatto: il ruolo. Entrambi avevamo l’ingrato compito di impedire agli altri di segnare, in una parola giocavamo sull’uomo, marcatori, “difensoracci” alla Chiellini (senza offesa, anzi…). Dopo 3-4 mesi di quest’andazzo, senza violare la regola del “prima fai e poi chiedi perché”, domandai ingenuamente “Mister, ma perché rimaniamo sempre noi due un quarto d’ora di più?” L’allenatore abbozzò un sorriso, e con la nonchalance di chi dice che ore sono mi rispose “Perché se alleno bene voi due male che vada faccio zero a zero”.  Era il tempo dei 2 punti a partita (preistoria o quasi), dei campi in terra (il sintetico era solo nei depliant) e dell’arbitro sempre vestito di nero. Ed era il calcio di provincia, anche di buon livello, ma lontano anni luce dai mezzi e dai riflettori del calcio che conta. Eppure sono fermamente convinto che quella snocciolata dal Mister di allora sia una delle basi che portano alla vittoria, indipendentemente dal contesto o dall’avversario. Prove? Eccole qua…

PRIMO NON PRENDERLE-1

Sono analizzati gli ultimi anni, il ciclo Juve – Lippi e quello Milan – Capello. In esame la squadra campione, il suo score come gol fatti e subiti. Nella colonna “Miglior difesa” sono solo 3 (su 16) le voci non in neretto, che corrispondono alle volte in cui chi ha vinto lo scudetto non ha avuto la miglior difesa. Ben di più quelle in cui i campioni non hanno avuto il miglior attacco (8 senza contare gli arrivi a pari merito). Caso limite: il Milan della stagione 93/94 diventa campione con 36 reti all’attivo in 34 partite, la Sampdoria (terza) ne segna 64. Lo squadrone di Capello ne subisce 15 (0.44 a partita): c’era chi la definiva una squadra noiosa, a me pareva particolarmente efficace. Certo con Tassotti, Maldini, Baresi e Costacurta è un po’ più facile. Mettiamoci poi due come Albertini e Desailly a centrocampo e la diga è eretta. La miglior difesa dunque non è l’attacco? Il detto è buono ma per il calcio non sempre. Un modo per non subire è mantenere il possesso della palla. Non che sia più dispendioso del difendere bene (si corre molto per coprire gli spazi) ma sicuramente richiede una maggiore abilità tecnica col pallone. E non tutti dispongono di Pirlo, Xavi o Iniesta.  Il concetto è semplice: ci sono due fasi, quella in cui non hai la palla è determinante per lo sviluppo della seconda. Tutto è finalizzato alla ricerca del gol, ma la domanda è: quanti gol servono per vincere una partita? La risposta non è lo zemaniano “uno in più degli avversari” ma semplicemente UNO, il resto serve a consolidare il lavoro fatto(e a far giocare le riserve). C’è chi ha fatto dell’ottima organizzazione difensiva un marchio di fabbrica: Simeone ad esempio, con il suo Atletico. Vedere la partita casalinga con la Juve per capire. Rileggere lo score dei colchoneros con il Real Madrid per rendersi conto di quanto valga non far giocare l’avversario. Vi fa paura la parola catenaccio? Aggiungete le ripartenze, suona meglio ed ha un che di moderno. Ma vuol dire esattamente lo stesso. E se proprio non vi entra in testa provate a ricordare: cross dalla ¾ di Ballack, respinta di Cannavaro, poi ancora Cannavaro su uno stanchissimo portatore di maglia bianca, poi Totti, via il contropiede con Gilardino (che per fortuna non l’ha tenuta fino alla bandierina), palla dentro a Del Piero e …il resto lo sappiamo tutti, non importa urlare di nuovo. Un’opera d’arte scolpita nei ricordi, rapida come il fulmine, definitiva come una sentenza: 3 passaggi, 80 metri di campo, un gol che apre le porte della leggenda. Le due fasi in una sola, nel momento più importante del match e forse, di molte carriere; e il pensiero che ritorna a quel Mister, a quelle partitelle in cui noi difensori battevamo gli attaccanti, sempre e comunque.

[CONTINUA]

Annunci

3 pensieri riguardo “I tre capisaldi del calcio che fu (che è e che sarà…)

  1. Con i 3 punti a partita s’è cercato di minare un po’ la certezza che “primo non prenderle” ma il concetto non è crollato. Il concetto principe però è quello dell’equilibrio. Una squadra che difende benissimo ti farà al massimo pareggiare, una che attacca benissimo ti darà gioie e dolori altalenanti. Le ripartenze sono una gran cosa ma devi trovare chi dall’altra parte te le permette. Se si scontrano due squadre di simeone di ripartenze se ne vedranno poche e probabilmente lo spettacolo non sarà esaltante. Mourinho è un altro che mira prima a non far giocare l’avversario e poi a legnarlo se possibile. Scuola diversa per Guardiola ma anche lì c’è attenzione sia alla fase difensiva che offensiva.Il concetto di zeman per cui si deve fare un goal più dell’avversario di per sè non è sbagliato e funziona bene con squadre che lasciano giocare….con le altre diventa complicato all’atto pratico e soprattutto è proprio in squadre votate all’attacco che devi avere difensori fuori classe. Nell’uno contro uno l’attaccante non deve avere scampo e il difensore deve avere un senso della posizione da predatore della savana. Difensori del genere ce ne sono pochini in circolazione…quando vedi difensori che fanno 50 metri di campo a ritroso con l’attaccante che li punta senza mai rallentare e che decide lui dove portare il difensore e non viceversa ti rendi conto che quello non è un difensore da pallone d’oro…..che poi ai difensori chissà perchè il pallone d’oro è difficile darlo e anche quello è un concetto che richiama quello di Zeman.

    Mi piace

  2. Sugli errori tattici e di posizionamento dei difensori di oggi hai perfettamente ragione. E’ bello vedere che sanno impostare, sono eleganti etc. ma se poi non vincono un uno contro uno nemmeno per sbaglio forse è meglio pensarci su. Manca un po’ la scuola, la base, quella che ti insegna dove devi metterti sul calcio d’angolo, l’arte di guardare la palla e il tuo uomo, il saper scegliere tra temporeggiare o affondare il tackle. In questi fondamentali è cresciuto Bonucci rispetto al primo anno e mezzo di Juve, chissà magari aiutato dai due “mostri” Barzagli e Chiellini. Il problema è sintetizzabile così: se sai giocare a uomo puoi imparare a giocare a zona, viceversa è difficile. Per il resto d’accordo con te, l’equilibrio è quello che conta se si vuole vincere e rivincere. Il non subire è la scorciatoia dei più poveri, quelli che s’arrangiano un po’ con quello che hanno. Il pallone d’oro è roba da centrocampo in su…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...