I tre capisaldi del calcio che fu (che è e che sarà…)

SECONDO: Vincere è l’unica cosa che conta

Era una fredda mattina di fine gennaio. L’odore tipico degli ospedali lasciava posto al freddo pungente che arrivava dalla porta scorrevole in fondo. L’infermiere fischiettando spingeva la mia sedia a rotelle, mio padre aspettava fuori con lo sportello della macchina già spalancato. Prima di uscire, una pacca sulla spalla e parole profetiche “Mo’ so cazzi tuoi…”. Lo guardai un po’ sospettoso ma ero troppo impegnato con le stampelle per tirargli qualcosa. Non appena in macchina, visto che mi mancava il respiro dal dolore ad ogni buca presa dal mio attentissimo autista, capii che non sarebbe stata solo una questione di tempo. Seguirono 36 giorni di deambulazione a 2 stampelle motrici, 4 mesi e mezzo di riabilitazione a botte di 4-5 ore al giorno e poco meno di 180 giorni per rientrare in campo a fare una sgambatura. Per giocare a calcio con la convinzione di essere di nuovo me stesso ci vollero altri 3-4 mesi, tra allenamenti e partite spese a rincorrere i fantasmi del passato recente. Nove mesi di tribolazioni per una palla che non avevo voluto lasciare uscire in fallo laterale. Bastava guardarla e dire sarà per un’altra volta. Come spesso accade per gli infortuni più gravi avevo fatto tutto da solo, con un movimento che chissà come chissà perché aveva provocato il rumore tipico di un pezzo di legno che si spezza in due. Ma la mentalità era quella giusta. Cercare sempre la vittoria, palla dopo palla, è ciò che fa la differenza tra provarci e riuscirci. E’ spingere i propri limiti più in là, è fare della competitività una maniera per migliorarsi. E passa dal lavoro quotidiano, non ammette deroghe.  O meglio una la ammette, il talento, ma è un altro discorso e soprattutto non riguarda il sottoscritto. “Vincere è l’unica cosa che conta” non ha niente a che spartire con l’etica o con le malignità di cui soffre lo sport nazionale per eccellenza. Insegna che, nello sport professionistico (ma direi anche solo da una certa età in avanti) l’obiettivo è e deve essere la vittoria. Il resto non conta. E nel resto mettiamo tutto, dal valore degli avversari, alle giornate storte dei compagni o degli arbitri, fino a condizioni avverse di qualsiasi tipo. Insomma nessun alibi, che tu sia un talentuoso o che tu viva del fiato dei tuoi polmoni. Perché per ogni Maradona ci sarà sempre un De Napoli o, se preferite, per ogni Platini ci sarà sempre un Bonini che tira la carretta. Talento diverso, stessa motivazione. Ed è racchiusa tutta in quella frase, come un GPS bloccato sempre sulla stessa destinazione. Che poi capita anche di perdere, ci mancherebbe. Allora applausi a chi vince, zitti e pedalare. Perché chi vince ha sempre ragione.

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