Le tre verità

La complessa vicenda che chiamiamo Calciopoli è giunta alla fine del suo iter processuale. Certo mancano ancora le motivazioni del rito ordinario ma è logico pensare che non si discosteranno molto da quelle appena uscite. E in ogni caso abbiamo una bella lista di risultanze finali: chi ha fatto cosa, con l’aiuto di chi e chi invece ne esce senza alcun addebito.E’ quindi stabilita la verità processuale. Quanto questa sia simile a quella storica non è dato saperlo con certezza; diciamo che certamente manca qualcosa come ci ricordano i giudici di Cassazione: “…il sistema di predisposizione delle griglie arbitrali, almeno con riferimento alla stagione 2004-2005, era piuttosto diffuso…ed infatti erano venute alla luce altre telefonate “…i cui sviluppi non sono stati approfonditi dalle indagini di P.G.” Per inciso si riferiscono alle telefonate di Facchetti e Meani (non approfondite) e a quella arcinota di Moggi con Bergamo.Scopriamo però l’acqua calda: lo disse Borrelli nel 2006 alla fine del suo compito “Resta da ripetere che le indagini dovranno proseguire: la vastità del contesto, la unicità di questo che è il più grande scandalo del mondo del calcio, il numero davvero ampio di società e soggetti coinvolti, i plurimi filoni investigativi che sin da ora emergono e che vieppiù emergeranno nel prosieguo, non permettono di ritenere conclusa l’opera di individuazione delle responsabilità eventualmente attribuibili ad altre società e ad altre persone fisiche”. Ragionando con Borrelli, “il più grande scandalo del mondo del calcio” è stato sezionato da un pool investigativo che ad un certo punto ha tirato i remi in barca. Stando a quanto dichiarato dall’ex capo della Procura di Napoli, Lepore, i suoi sostituti dovettero interrompere il lavoro a causa della fuga di notizie. La storia è ben rappresentata da questo scambio di tweet super partes:
social1è chiaro che la cosa non torna. I giornali cominciarono a pubblicare nomi e telefonate ad inizio maggio 2006. Le telefonate “i cui sviluppi non sono stati approfonditi dalle indagini di P.G.” sono del novembre 2004 e aprile 2005. Anche un procuratore scrupolosissimo come Palazzi, che impiega quasi un anno per un esposto, ce l’avrebbe fatta ad approfondire. L’altra cosa che non torna è il rapporto coi media. Si tirano i remi in barca di solito, quando si sa che la corrente ci spinge dove vogliamo. E la corrente dei media all’epoca della deflagrazione dello scandalo, era unita e compatta verso un unico obiettivo: fuori i cattivi dal calcio, chiedere scusa ai vessati. L’indagine, già conclusa, si crogiolava un po’ cavalcando l’onda di sdegno popolare, un po’ beandosi delle prime pagine e dei tittuttosport_sorteggi_2-06-10oloni apocalittici. E qui ci fermiamo un attimo perchè la terza verità, quella strillata dai media di allora, era piuttosto inquietante: 14 maggio 2006, “Così venivano truccati i sorteggi arbitraliarticolo dell’informatissimo Galdi in cui si dice apertamente che le palline erano segnate ed il sorteggio taroccato. 12 maggio 2006, “Così il sistema Moggi ha falsato 29 giornateancora Galdi spiega che c’era un sistema “…che prevedeva un giro di telefonate da Luciano Moggi ai due designatori dell’ epoca (Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto). Moggi chiedeva e gli arbitri desiderati venivano designati per le partite che gli interessavano (della Juventus o delle altre squadre per il quale il dirigente si è «prodigato» o per partite che potevano anche servire a «disinnescare» la forza di futuri avversari)“. Tutti gli occhi su Moggi, il colpevole perfetto: 14 giugno 2006, con “Moggi più dannoso di Totò Riinasi da voce a Santo Versace che, come direbbe qualcuno, col calcio che c’azzecca? E ancora in “La marcatura di Moggi mossa vincente” del 13 giugno 2006, l’allora direttore Cannavò ci fa sapere che per avere speranze al Mondiale in Germania dobbiamo scacciare il fantasma di Moggi: “…bisogna marcare Moggi, neutralizzare Moggi, senza scordarci di lui, perché il male non si cancella con una partita o con una vittoria, bisogna estirparlo dopo aver pagato il prezzo del peccato.” E per finire con Moggi non può mancare il pezzoMoggi e i PM, ecco i verbali” del 27 giugno 2006 da cui estraiamo la perla “L.M: Adesso io le dico una cosa dottore. piantoPM: Allora? L.M.:Uscire per strada e vedersi domani scritti sui giornali…”. Inciso del consulente che redige il verbale: “Si sente l’indagato piangere e singhiozzare e il suo discorso si interrompe”. I fatti: no, i sorteggi non sono mai stati truccati (verità processuale) e no, il sistema Moggi non ha falsato 29 giornate, anzi ad oggi non saprei proprio dire se e quante e nessun tribunale ce lo dirà mai. L’unica certezza è la legge sul reato a consumazione anticipata e la sua interpretazione del tipo “Reato è se Moggi telefona…”. Quindi Moggi nell’occhio del ciclone, Moggi è il male. Ma la cosa triste non è tanto l’identificazione di Lucianone da Monticiano con il Male (probabilmente lui stesso ci si fumerebbe un sigaro) quanto la consacrazione a paladini della giustizia dei suoi nemici giurati. In quanto Satana, Moggi aveva infatti un alter ego: il professor Guido Rossi, uomo dalla testa fina e grande tifoso dell’Inter. In “Al potere un vero tifoso interista che evita il caffè al bar bianconero” del 17 maggio 2006, si saluta l’arrivo del professore alla guida del calcio italiano. Mi taccio sulla storia dell’interista che non beve il caffè, preferisco riportare l’inciso seguente “…il fatto che Moratti plauda a questa scelta non significa che si attende trattamenti di riguardo, cosa peraltro estranea alla sua concezione di competizione sportiva” Qualcuno dovrebbe ricordarlo a Moratti, trincerato dietro uno scudetto mai vinto, in un campionato mai stato oggetto di indagini e, soprattutto, vista l’esistenza di telefonate che riguardano anche l’Inter, cosa che farebbe venir meno anche il “presupposto morale” alla base dell’assegnazione del tricolore. Tornando a noi, l’Italia vincerà il Mondiale non proprio grazie al professore ma questa è un’altra storia. E dire che la Gazzetta (perchè tutti i titoli riportati sono della rosea) ci aveva azzeccato all’inizio, a conferma che la prima impressione è spesso quella più giusta. In principio fu Palombo a dirci “…Sia chiaro, non si tratta necessariamente di scoperchiare chissà quale pentola maleodorante, di scoprire veri e propri reati sportivi. Uno «spaccato» di un certo mondo digazzetta_04-05-20061 vivere il calcio….” (Quei furbetti del palloncino, 4 maggio 2006) E ancora con “Così Moggi designava gli arbitri (per le amichevoli ndr) del 5 maggio 2006: “Non c’è corruzione acclarata, non ci sono campionati o partite comprate” sempre con Ruggiero PalomboIn fondo i semplici numeri danno ragione a questa interpretazione, ne abbiamo già parlato: 19 imputati per associazione a delinquere di cui 11 usciti assolti. Di 7 arbitri imputati 1 solo condannato, mettiamoci pure 1 prescritto. Due guardalinee imputati entrambi assolti. Un castello accusatorio che è diventato un 3 vani e mezzo senza garage. Potevamo chiuderla qui allora, senza metterci a studiare diritto come improbabili azzeccagarbugli; siamo andati alla ricerca di un po’ di soldi, una promozione, una FIAT regalata o una qualsiasi “altra utilità” (che so, tipo un lavoro in banca…) che potesse giustificare la temeraria condotta di molti protagonisti di allora, ritenuti colpevoli di chissà quali delitti e poi incastrati per problemi col fisco come un Al Capone qualsiasi. Perchè tutta Calciopoli nei tribunali (sportivi e non) ha le fondamenta costruite sulla leggerezza del reato di pericolo, sull’astrattezza che solo il Legislatore sa dare a taluni comportamenti umani. L’intento di queste righe non è certo quello di far passare Moggi per un santo o di dire che non è successo niente. Diversamente da molti dei suoi colleghi di allora, l’ex DG della Juve è stato preso con un po’ di marmellata ancora sulle mani e la natura di alcune delle sue azioni è certamente da condannare. Ma di fronte alla demonizzazione del personaggio non si può non farsi qualche domanda. Oliviero Beha l’ha chiamata “Discarica Moggi” cioè l’attribuzione ad un solo personaggio di tutto ciò che allora era lontano dalla lealtà e correttezza dello sport. E Moggi per quel ruolo era perfetto, mannaggia. Perchè, però, c’è bisogno di una realtà “aumentata” veicolata a mezzo stampa? Perchè non si perdeva occasione di indicare con precisione chi fosse il mostro e chi il povero innocente? La Cassazione che dice? Dice che “Versandosi – almeno con riferimento alla seconda parte del comma 2 dell’art. 1 della L. 401/89 – in tema di delitto di attentato, a forma libera, che non ammette il tentativo e che viene costruito come reato di pericolo, la condotta si intende realizzata con il compimento di atti che devono risultare idonei ed univocamente diretti all’alterazione della gara; l’inidoneità di questi atti e la non univocità osterebbero irrimediabilmente ad attribuire rilevanza penale alle condotte. Da qui la conseguenza della irrilevanza di una effettiva alterazione del risultato della gara perché si tratta di un evento estraneo alla fattispecie (nel senso che esso non è necessario per la integrazione del reato), la quale si considera consumata per il fatto di aver posto in essere la condotta di alterazione” Una verità molto lontana da quella strillata della P2 e della mafia (Beatrice e Narducci, Gazzetta 29 marzo 2008), dei sequestri degli arbitri, delle ammonizioni su commissione e delle millemila giornate di campionato falsate. Questa è meno attraente, meno pericolosa, meno adatta alla pubblica indignazione. E allora ci si affretta a dire che “Calciopoli è esistita davvero” (Palombo, Gazzetta 25 marzo 2015) vedi mai che la gente, tra il cornetto ed il cappuccino, si mette pure a pensare col proprio cervello. La differenza sta proprio qua, da mafia e P2 a “è esistita davvero”: è il modo di fare informazione che ha fallito, oltre ad un’inchiesta che sappiamo essere “colpevolmente monca” (Cit. Renga) ma di cui nessuno risponderà mai perchè la legge protegge in primis chi la impugna.calciopoli è esistita davvero

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