I tre capisaldi del calcio che fu (che è e che sarà…)

Terzo: i frisi ‘un contano

Abbiamo visto come sia importante prima di tutto non prenderle, perchè per vincere una partita basta un gol non importa siano dieci; abbiamo rafforzato il tutto con l’obiettivo unico, la vittoria, da ricercare sempre e comunque ogni volta che si scende in campo (o che si fa qualcosa, vale anche nella vita). Terzo ed ultimo (?) capitolo con un ricordo di parecchi anni fa ed una verità che riporta a galla la crudeltà e l’estrema praticità di questo gioco.

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La Renault 4 di Don Marco era poco più scassata di lui; le curve e le stradine di campagna di quella parte del Chianti senese non aiutavano. Il mio mal d’auto mi costringeva a fissare un punto della carreggiata e sembravo più assente di quanto non fossi in realtà. Gli altri bambini (è incredibile in quanti si può stare su una R4) si esibivano in urla e schiamazzi, espressioni della felicità figlia della fine della scuola e dell’estate giocosa e spensierata. “Schuster, stai bene?” mi fece il prete. “Per ora sì…” gli dissi con un filo di voce. Alla chiesa del paese mancavano 3-4 tornanti; ci arrivammo poco dopo e scendere da quell’auto affollata fu in realtà una liberazione. I giri con Don Marco erano così: c’era da portare questo a quello, aiutare tizio a fare qualcosa, andare nel paesino vicino per rifornirlo di ostie o per dire la messa a 4 anime. Ma ci guadagnavamo dolci, succhi di frutta, “ciaccino” e qualche bicchiere di vino che i più grandicelli bevevano di nascosto. Io, figlio astemio di quelle terre così generose d’uva, avevo imparato a rifiutare gentilmente ed a chiedere invece una Coca Cola d’annata. Anche Don Marco era astemio, anche se c’era chi, tra le anziane del paese, giurava di averlo visto trangugiare qualcosa tutti gli anni durante la processione pasquale. Ma in quel caso ci si alzava alle 5 di mattina e si facevano 7-8 Km nel bosco fino ad un piccolo santuario, cantando e portando la croce. Era possibile che il parroco si volesse scaldare ma altrettanto possibile era che più di un sorso lo bevesse la comare pettegola, magari cominciando a vedere anche cose di fantasia e a diffonderle come Vangelo.

Con quella sua andatura dinoccolata, alto e magrissimo (noi lo chiamavamo Huggy, come il personaggio della famosissima serie TV anni 80 “Starsky e Hutch”) Don Marco non vacillava mai, fermo dietro la sua fede e i suoi principi da sana vita di campagna. Per qualche colpa nelle vite precedenti Nostro Signore lo aveva fatto nascere interista. Nella mia mente di allora le cose non andavano a posto. I buoni erano gli juventini, gli altri erano i “cattivi”. Ma un prete, per definizione, non può essere “cattivo”. Parlavamo spesso di calcio, come può parlare un adulto con un bambino che snocciola qualche nome visto in TV la sera prima. E spesso ci portava a giocare a calcio, in un campetto polveroso e disastrato come la Renault 4, che a me pareva la Scala del calcio. Organizzava partite con gli altri paesi perchè il nostro, 500 anime, non arrivava a fare 2 squadre. E un po’ perchè gli piaceva fare il dominus: dirigeva, allenava e arbitrava tirandosi su la tonaca che poi avrebbe consegnato, lisa e sudata, ad una borbottante perpetua. Un anno perdemmo contro i ragazzi di Don Luigi: più grandi e più “rustici” (ci presero a calci dal primo all’ultimo minuto) resistettero a lungo più per fortuna che per talento; ricordo pali e parate del loro portiere (il mitico Simone detto “Il Gatto”) e nostri tiri che uscivano di un niente. Poi poco prima della fine, un ragazzone avversario alto e grosso si fece largo a spallate e segnò il gol della vittoria. Peccato, pensavo, più preoccupato dei miei ginocchi sanguinanti per il contatto con la dura terra. Ma la R4 di Don Marco conteneva anche l’acqua miracolosa, con la quale durante il viaggio di ritorno, tolsi ogni traccia di sangue per non allarmare la nonna che mi aspettava in paese. Quel giorno ci fermammo alla bocciofila. Luogo strano per un bambino, luogo dove anziani signori vestiti da cacciatori si ritrovano maledicendo questo o quell’altro Santo con la scusa delle bocce. Ma le bocche si cucivano alla vista della tonaca di Don Marco. L’odore del vino e del bosco in quella concentrazione di persone raggiungeva livelli record, tanto che ogni tanto mi guardavo indietro per vedere se stava spuntando un cinghiale dai cespugli. Ma eravamo sul cemento e Don Marco aveva preso le bocce in mano con la scusa di insegnarmi il gioco. “Vedi Schuster” mi diceva “questa palla qua deve andare il più vicino possibile a quella là, ma se c’è troppo traffico intorno alle volte si tira forte e si porta via tutto”. Andarci vicino. Era quello che avevamo fatto poco prima sul campo di calcio. Eravamo andati molto vicino a vincere ma avevamo perso. Aggiunse, anticipandomi “Ricordati questo: a calcio i frisi ‘un contano (a calcio andarci vicino non conta ndr) Bisogna buttarla dentro.”

Ce ne andammo noncuranti della reverenza posticcia dei giocatori di bocce per il parroco del paese, entrambi un po’ zoppicanti e sudaticci. Il sole tramontava gentilmente, confondendo la sagoma di mia nonna che mi veniva incontro con acqua ossigenata e cerotti mentre io cominciavo seriamente a pensare che per qualche oscura macchinazione Don Marco non potesse dichiarare al mondo la sua fede juventina.

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2 pensieri riguardo “I tre capisaldi del calcio che fu (che è e che sarà…)

  1. racconto simpatico
    e il parroco aveva ragione l’unica cosa che conta é metterla dentro
    parafrasi del motto l’unica cosa che conta é vincere
    io personalmente non sono molto d’accordo
    per me l’unica cosa che conta é aver piacere in quello che si fa sport o altro

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  2. In teoria hai ragione Paolo, in pratica non dirlo ai presidenti delle squadre di calcio…..a tal proposito posso assicurarti per esperienza diretta che più o meno dai 12 anni in su ti insegnano ad andare in campo per vincere e sinceramente a me sembra giusto così. Riguardo al “buttarla dentro”: il bello è che la storia è attualissima, basti pensare alle difficoltà di segnare della Juventus e alle centinaia di articoli scritti su Dybala tenuto in panchina o su altri temi riguardanti l’attacco poco prolifico della Juventus. Certe cose non cambiano mai e forse il bello sta proprio lì.

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