Trittico Paparesta (2). Paparesta uno e due

Per quasi un anno, da maggio 2006 ad aprile 2007, Gianluca Paparesta rimane al centro della storia di Calciopoli per la famosa storia della chiusura nello stanzino di Reggio Calabria da parte di Moggi. Gli si contesta di non avere scritto nulla nel referto; ma si vocifera anche di una sua telefonata “di scuse” al dg juventino, il giorno dopo il fattaccio. In più, c’è la storia del dossier consegnato ai dirigenti del Milan, che abbiamo illustrato nella scorsa puntata. Passata, in apparenza, la bufera, il 26 novembre 2006 il fischietto barese torna comunque ad arbitrare in serie A (Lazio – Ascoli), e il 14 dicembre 2006 torna ad essere designato per una partita internazionale (Bayer Leverkusen – Besiktas di Coppa Uefa). È la sua ultima stagione da arbitro, e lo si vede tornare in campo ancora per altre nove partite di serie A, e altre due partite internazionali.

paparestaIl 12 aprile 2007, la clamorosa sorpresa. La procura di Napoli emette gli avvisi di conclusione dell’indagine svelata un anno prima dalla fuga di notizie. Paparesta, adesso, non è più la vittima di Moggi, ma è passato a tutti gli effetti sul banco degli imputati. Gli viene contestata, infatti, l’appartenenza all’associazione a delinquere dell’ex dg juventino, e in più la frode sportiva legata all’alterazione di tre partite della serie A 2004-2005: Messina-Fiorentina del 28 novembre 2004 (favori al Messina); Brescia-Bologna del 6 gennaio 2005 (favori al Messina tramite l’ammonizione dei diffidati del Brescia Guana e Mannini); Sampdoria-Siena del 30 gennaio 2005 (favori alla Juventus tramite l’ammonizione del diffidato doriano S. Inzaghi).

Cosa è successo? Semplice; a partire da giugno 2006 i carabinieri sviluppano i tabulati della famose schede svizzere di Moggi, e attribuiscono l’uso delle schede a diversi personaggi appartenenti al mondo arbitrale. Due sim, quella con finale 185 e quella con finale 168, sono attribuite a Gianluca Paparesta, e i contatti telefonici con Moggi e con il ds messinese Fabiani a ridosso delle partite producono i capi d’imputazione elencati.

Ora, va detto che l’attribuzione delle due sim a Paparesta, sulla base dei dati forniti al processo dal maresciallo Michele Di Laroni (deposizione dell’1 ottobre 2011), appare difficilmente contestabile (in generale sul metodo di attribuzione delle sim si veda questo pezzo). Entrambe le sim agganciano celle telefoniche ubicate prevalentemente a Bari, città di residenza di Paparesta. Però quando Paparesta sta a Coverciano per il raduno arbitrale, la sim in uso in quel momento (sono utilizzate in periodi diversi, la 185 da ottobre 2004 ad aprile 2005, la 168 da febbraio ad agosto 2005) sta a Coverciano; e inoltre aggancia anche le celle di città diverse, proprio nel momento in cui Paparesta vi si trova per arbitrare (Siena, Brescia, Lecce). Le sim, ancora, oltre a contattare le sim svizzere attribuite a Moggi e Fabiani, contattano diversi altri numeri telefonici italiani, e tra questi ci sono quelli intestati a familiari e parenti dello stesso Paparesta (per dati più completi rimando a quest’analisi sul blog Gente della Juve).

C’è però un ulteriore elemento che permette di definire praticamente certa l’attribuzione della sim con finale 185 a Paparesta. Il 7 novembre 2004, il giorno dopo i fatti fin troppo celebri di Reggio Calabria, questa sim contatta quella con finale 194 attribuita a Moggi. Questa telefonata non è stata ovviamente intercettata; però possiamo in parte ascoltarla, perché Moggi, mentre la riceve, è al telefono con un’altra persona, la lascia in attesa, e risponde. Tecnicamente si dice che la telefonata è stata intercettata “di rimbalzo” (si veda questo pezzo per maggiori dettagli). Quanto dice Moggi permette di identificare in Paparesta l’interlocutore. Si tratta di quella conversazione che è stata definita sui giornali “telefonata di scuse”. Ora, è noto che quando i nostri giornalisti emettono una sentenza, essa è inappellabile. Non cambieranno mai idea, nemmeno di fronte all’evidenza. Della telefonata conosciamo soltanto le parole di Moggi; e per quello che possiamo capire Paparesta non fa nemmeno in tempo ad aprire bocca, travolto dalla rabbia di Lucianone che gli chiude praticamente il telefono in faccia. Come facciamo, dunque, ad essere sicuri che Paparesta avesse intenzione di scusarsi, e non, magari, di lamentarsi delle critiche troppo violente? Non si sa. Però quella telefonata è ormai passata alla storia come “telefonata di scuse” (si veda ad esempio qui, Repubblica 22 maggio 2006); e chi non la pensa così è un revisionista.

Andiamo avanti. Se l’attribuzione delle due sim a Paparesta appare indiscutibile (e in effetti, come vedremo, non è mai stata discussa) ci sarebbe qualcosa da dire sul modo in cui queste sim e i loro tabulati sono stati utilizzati per produrre dei capi d’imputazione nel processo. I carabinieri hanno predisposto alcuni schemini illustrativi, che accostano contatti su sim svizzere e partite di campionato. A questo link, da ju29ro, è possibile leggere quello dedicato a Paparesta. A parte il problema che in questi schemini si considerano allo stesso modo contatti telefonici avvenuti prima delle partite e contatti avvenuti dopo, come se fosse la stessa cosa (idea, a dire il vero, bizzarra), è facile osservare che ci sono contatti fra Paparesta e Moggi / Fabiani non solo a ridosso delle tre partite che vengono contestate come frode sportiva a Paparesta (Messina-Fiorentina, Brescia-Bologna, Sampdoria-Siena), ma anche a ridosso di molte altre partite mai considerate frode sportiva. Sono undici, tra ottobre 2004 e febbraio 2005. Vi risparmio l’elenco, vi dico solo che tra queste c’è anche la mitica Reggina – Juventus arbitrata nel modo che sappiamo dal buon Gianluca.

Dunque gli inquirenti si trovano davanti quattordici partite a ridosso delle quali una delle sim di Paparesta contatta Moggi o Fabiani; cercano le partite della Juventus o del Messina, e vi fanno un capo d’imputazione (a dire il vero non lo fanno con Reggina – Juventus, perché la cosa avrebbe fatto ridere; anche se a rigor di logica avrebbero dovuto farlo); cercano quelle in cui ammonizioni possono avere prodotto squalifiche a favore di Juventus e Messina, e vi fanno un capo d’imputazione; di tutte le altre non sanno che farsene, e le lasciano perdere, evitando di rispondere alla domanda delle domande: perché mai Moggi avrebbe dovuto chiamare Paparesta impegnato in una partita di nessun interesse per la Juve o le società amiche? E questo, sia chiaro, non succede solo con le sim di Paparesta, ma anche con tutte le altre. La maggior parte dei contatti non ha trovato una spiegazione da parte degli inquirenti.

Ma limitiamoci a Paparesta. A luglio 2007, il nuovo colpo di scena. Entra nella storia un nuovo personaggio; anche lui è un arbitro (o meglio, ex), anche lui è barese, e anche lui si chiama Paparesta. Romeo Paparesta, per la precisione. È il padre di Gianluca, e a questo punto le cose si complicano; il padre si sovrappone al figlio, e in questa storia si rischia di non capirci più niente.

A luglio 2007, dunque, viene fuori Romeo Paparesta, e dice che è stato lui a ricevere le schede svizzere da Moggi, e lui ad utilizzarle; il figlio Gianluca non c’entra nulla. Per rendere più credibile la sua confessione, Romeo ammette di avere utilizzato altre due schede avute da Moggi, e mai scoperte dai carabinieri; né del resto può aiutarli a scoprirle Romeo, perché, come prevede la prassi dei “pentiti” di questa pazza storia, ha provveduto a disfarsi di ogni cosa a tempo debito (vedi Nucini di cui abbiamo parlato qui). Quattro schede sim estere, dunque, che Romeo Paparesta avrebbe ricevuto da Moggi tra il settembre 2004 e i primi mesi del 2006. Ma perché?

Luciano Moggi
Luciano Moggi

La motivazione è la più banale e prosaica che ci possa essere. Romeo Paparesta è il dominus dell’AIA pugliese, ma non gli basta. Vuole far carriera, magari con un ruolo da designatore per le serie minori. Ha bisogno di qualcuno che lo raccomandi; e chi meglio di Moggi? Consigliato dall’amico presidente AIA Lanese Romeo inizia a inseguire Lucianone verso il finire della stagione 2003-2004. Moggi inizialmente non sembra interessarsi particolarmente a lui; ma poi, a settembre 2004, decide che forse Romeo può essergli utile. Egli sospetta, infatti, che le squadre rivali della Juventus, e in particolare le milanesi, possano avere dei favori arbitrali. La cosa può far sghignazzare quelli che “la Juve ruba” sempre e comunque, ma che Moggi fosse davvero intimorito da questa prospettiva, e dalla debolezza della propria posizione dopo la morte di Umberto Agnelli, lo dimostrano anche alcune telefonate (ad agosto 2004, ad esempio, Giraudo e Moggi parlano del campionato che sta per iniziare, e dicono di sapere che si prevede una lotta Milan – Inter, mentre loro saranno fatti fuori dalla proprietà Juve; alcuni passaggi della telefonata si possono sentire all’inizio di questo video). Insomma, per farla breve, Moggi decide di prendere lo scocciatore Paparesta sr, e usarlo come un suo osservatore arbitrale privato; l’ex fischietto dovrebbe vedere un po’ di partite con il suo occhio esperto, e poi telefonare a Moggi per informarlo di eventuali anomalie. Cosa che Romeo avrebbe effettivamente fatto a lungo, ma solo per spiegare a Moggi le decisioni arbitrali, e fargli capire che non c’era nessun complotto dei fischietti contro di lui.

Tutte le telefonate che abbiamo visto attribuite a Gianluca Paparesta sarebbero dunque telefonate effettuate in realtà dal padre Romeo. Questa spiegazione ha fatto effettivamente cadere tutte le accuse nei confronti di Gianluca Paparesta; la sua posizione viene stralciata nel momento in cui tutti i principali imputati vengono rinviati a giudizio, e infine, a febbraio 2008, archiviata, anche se questo non basta a salvare la sua carriera arbitrale.

Va detto subito che la testimonianza di Romeo Paparesta non è, come si potrebbe pensare banalmente, un maldestro tentativo di salvare il figlio. Il racconto di Romeo e Gianluca è lungo, dettagliato, coerente con le date e i contesti delle varie vicende, in grado di spiegare (quasi) tutto ciò che è emerso dall’analisi dei tabulati. Non siamo davanti a un Nucini, insomma. Ovviamente i parenti di Gianluca contattati dalle sim sono parenti anche di Romeo; e Bari è la città in cui vivono entrambi. I problemi, però, non mancano. Come abbiamo visto, secondo il maresciallo Di Laroni la sim è presente a Coverciano durante alcuni raduni arbitrali, e segue Paparesta jr quando questi va ad arbitrare. Cosa dobbiamo pensare? Che Di Laroni ha sbagliato? Oppure che Romeo accompagnava il figlio in giro per l’Italia? Anche ai raduni arbitrali? Oppure, ancora, che i Paparesta non hanno detto tutta la verità?

Qualche piccola contraddizione, nel racconto di Romeo in tribunale (19 maggio 2009; qui la trascrizione da ju29ro) c’è; ma niente di preoccupante. Prima dice che, avendo ricevuto da Moggi un telefono con dentro una scheda, non poteva sapere che questa fosse di un gestore estero; e di avere appreso di questo particolare soltanto dalle indagini. Passano però pochi minuti, e Romeo ricorda invece che su quel telefono riceveva messaggi in lingua straniera, e dopo un po’ aveva capito il perché. Ma insomma, mi pare una piccola contraddizione in cui chiunque può cadere, niente di grave.

Più significative, semmai, altre incongruenze. Romeo si dice sicuro di non avere mai parlato dei suoi contatti con Moggi, e delle schede ricevute, con il figlio Gianluca. Poi però riconosce che a novembre 2004, ossia poco più di un mese dopo averlo ricevuto, presta il suo telefono “svizzero” al figlio perché faccia a Moggi la telefonata “di scuse” di cui si è già parlato. Non solo; Romeo insiste perché, fallito il primo tentativo per la rabbia eccessiva di Moggi, il figlio provi a richiamare; e Gianluca Paparesta si porta così dietro il telefono del padre a Bagno di Romagna, dove doveva ritirare un premio; e in questa circostanza contatta Fabiani, e poi nuovamente Moggi, per una telefonata, pare, più distesa della precedente. Incongruenze, dicevo; perché si fa un po’ fatica ad accettare che Gianluca Paparesta possa ricevere dal padre, e utilizzare, portandoselo pure in viaggio, un telefono “speciale” che ha in rubrica solo i numeri di Moggi e Fabiani, senza fare e farsi nessuna domanda. Va bene che il padre e il figlio si mostrano più volte in questa storia ingenui, ma forse così è davvero troppo. Non dimentichiamo, comunque, che Gianluca Paparesta ha provato fino all’ultimo a salvare la propria carriera arbitrale; e questo può spiegare alcune reticenze.

Altre incongruenze, che non stanno tanto nelle dichiarazioni dei Paparesta, quanto nei loro comportamenti e nelle spiegazioni che forniscono, le illustreremo nella prossima puntata. Rimaniamo, adesso, ancorati al tema del possesso e dell’utilizzo delle schede, per constatare, dunque, che qualche piccolo dubbio rimane. Non tanto sul fatto che a ricevere le schede sia stato Romeo, quanto sul loro utilizzo. Quanto spesso le usa il padre, e quanto il figlio? Il dubbio non viene solo a noi osservatori, ma deve essere rimasto in testa anche ad alcuni dei giudici che pure hanno decretato l’archiviazione per Gianluca, di fatto certificando la credibilità del testimone Romeo. Sono testimonianza di questi dubbi alcune formulazioni quantomeno stravaganti che si trovano nelle sentenze. Questo stralcio, ad esempio, viene dalla sentenza Stanziola (appello in rito abbreviato), a p. 16:

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«I Paparesta riferirono di averle avute da Moggi che spiegò loro… i due diedero conto delle ragioni dei loro contatti con il ds juventino (l’uno aveva interesse ad essere integrato nel sistema eventualmente quale designatore… l’altro ad ottenere incarichi arbitrali prestigiosi ai fini della carriera)…». Il povero Stanziola non capisce più cosa fa il padre e cosa fa il figlio, e allora usa una strategia geniale: crea una nuova entità, denominata “i Paparesta”, che è formata dalla somma del padre e del figlio, come se fossero un’unica persona. A poco vale spiegare che a riferire di avere avuto le schede da Moggi non sono “i Paparesta”, ma solo Romeo; e solo a Romeo, non a “i Paparesta”, Moggi ha spiegato i suoi timori; e che ancora Romeo ha ammesso che i suoi contatti con Moggi avevano il fine della ricerca di un posto da designatore, ma Gianluca non ha assolutamente mai detto di avere contattato Moggi per “ottenere incarichi arbitrali prestigiosi ai fini della carriera”. Ma non basta, perché Stanziola, sempre a p. 16, insiste ancora:

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Qualcuno vuole spiegargli che a Moggi, su indicazione di Lanese, non si affidarono affatto “i due Paparesta”, ma solo Romeo? Anche perché, se davvero Gianluca, arbitro in attività, si fosse affidato a Moggi “per vedere realizzate le proprie aspirazioni di carriera”, come qui si lascia intendere, allora perché mai è stata archiviata la sua posizione?

Vi ho proposto questi stralci perché possiate farvi un’idea di quante cose bizzarre ci siano scritte nelle motivazioni delle sentenze, che pure, secondo certi soloni, andrebbero accettate senza fiatare come fossero vangelo. Del resto nel trappolone dei Paparesta non ci è caduto mica solo Stanziola; guardate cosa c’è scritto nelle sentenze di Cassazione (p. 19 rito abbreviato; p. 41 rito ordinario):

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Moggi ha distribuito schede all’arbitro Paparesta Gianluca? E allora perché non è stato processato come tutti gli altri nella stessa situazione, ma la sua posizione è stata archiviata? E se le schede, invece, sono state distribuite soltanto a Romeo, perché tirare dentro in questo passaggio, in maniera del tutto gratuita, anche Gianluca?

Creatività e approssimazione regnano sovrane nella stesura delle motivazioni delle sentenze. Per esempio, ancora, nella sentenza recente di Cassazione sul ramo principale, è scritto (p. 5):

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Quando ha deposto al processo, il 19 maggio 2009, Romeo Paparesta ha risposto a precisa domanda del pm di non essere mai stato arbitro internazionale. E anche del suo presunto incarico come designatore della CAN D, a dire il vero, non trovo traccia da nessuna parte; semmai, Romeo è stato presidente della Commissione Nazionale di Reclutamento dell’AIA, che è una cosa diversa. Ma di imprecisioni come queste le sentenze sono piene.

Più problematico il fatto che, malgrado l’archiviazione per Gianluca Paparesta, si continui a insinuare che le sim svizzere siano state consegnate non solo al padre, ma anche a lui stesso, e che lui stesso le abbia utilizzate. Il dubbio è legittimo. Volendo, però, si poteva fare chiarezza definitiva; si potevano analizzare i tabulati completi, vedere gli spostamenti delle sim uno per uno, analizzare gli spostamenti dei due Paparesta, magari attraverso i tabulati dei loro telefoni “italiani”, verificare uno per uno i numeri chiamati (queste sim contattano numerosi numeri italiani; ci sarà stato qualcuno che era in contatto solo con il padre, o solo con il figlio, no?), giungere quanto meno a un buon grado di certezza su chi usa che cosa. Anzi, oserei dire che sarebbe stata la cosa normale da fare, non solo per le sim dei Paparesta ma anche per tutte le altre. E chissà come sarebbe andata a finire questa storia se la pubblica accusa avesse deciso di scavare fino in fondo sulla questione svizzere, sin dalla loro scoperta, invece di accontentarsi delle deduzioni e delle ipotesi di Di Laroni.

Ma chiarezza non è stata fatta, e così sia. Piuttosto, bisogna riconoscere che al racconto di Romeo Paparesta, forse, i giudici napoletani non hanno mai creduto fino in fondo; ma quando ne hanno avuto bisogno, hanno saputo sfruttarlo nel migliore dei modi. Vi siete mai chiesti perché questo processo si è svolto a Napoli? Ne parliamo nella prossima puntata.

2. continua

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