Che gusto c’è a fare l’arbitro? Una testimonianza

Siamo lieti di ospitare sul blog queste riflessioni del nostro amico Paolo, assiduo frequentatore di Il calcio è uguale per tutti, e ormai membro a tutti gli effetti della nostra piccola comunità.

Spesso ce lo dimentichiamo, che non esistono solo gli arbitri famosi, chiacchierati, quelli che fanno la serie A, ma anche tanti giovani e meno giovani che permettono a tutto il sistema-calcio, semplicemente, di esistere. Ho allenato le giovanili di un piccolo club per una quindicina d’anni; ora part time arbitro partite, soprattutto di squadre giovanili e delle categorie inferiori del campionato belga.

Vi racconto la mia esperienza più recente. Domenica ero tranquillo a casa, e all’improvviso vengo chiamato per arbitrare una partita di terza categoria. La federazione belga non aveva designato un arbitro; il regolamento dice che in questi casi la squadra ospitata ha la prima scelta, e può chiamare un arbitro; in caso di rifiuto la squadra che ospita é obbligata a procurarne uno, pena la sconfitta a tavolino. Accetto un po’ controvoglia, e vado ad arbitrare le due squadre. Tutti si lamentano del fatto che quest’anno mancano tantissimi arbitri.

Il primo tempo è un disastro; tutti a strillare, tutti a lamentarsi di ogni mia decisione. Vi assicuro che in queste condizioni diventa difficilissimo arbitrare; le aggressioni verbali e le lamentele rendono ogni decisione complicata. A fino primo tempo chiamo i due capitani, e li invito a cambiare registro; altrimenti, minaccio, la partita se la sarebbero dovuta arbitrare da soli. I due ragazzi si sono scusati, ed hanno ammesso che il loro comportamento era disdicevole; una grave mancanza di rispetto verso una persona che si era presa la responsabilità di arbitrare, dando loro la possibilità di giocare.

Il secondo tempo è andato un po’ meglio, ma l’allenatore della squadra ospite, non capivo perché, continuava a strillare e a contestare ogni decisione. Di conseguenza, davanti al suo esempio, anche i giocatori ricominciavano a infastidirmi. Ho dovuto controvoglia distribuire un po’ di cartellini gialli; e quando un arbitro è costretto a dare un cartellino vuol dire che sul campo il fair play è assente.

Ora, io non conoscevo le due squadre che ero andato ad arbitrare. La squadra ospite ha fatto un solo tiro in porta, e un gol. La squadra ospitante ha prodotto una decina di occasioni, e due gol. Ho scoperto solo alla fine che la squadra ospite, sconfitta per 2-1, era seconda in classifica; per loro questa sconfitta era particolarmente pesante. Allora ho capito; ecco perché l’allenatore ha fatto tutto quel casino! Si stava preparando l’alibi: ho perso non perché l’avversario è stato più bravo, ma solo perché l’arbitro ha fischiato contro. Quindi è colpa dell’arbitro se ho fatto un solo tiro in porta.

Questo è l’andazzo. E poi si meravigliano se non ci sono più arbitri. Qui in Belgio è diventato difficile trovare giovani che vogliono fare l’arbitro; ne mancano tantissimi, e la ragione principale è che più nessuno è disposto a sacrificare il sabato e la domenica per andare a farsi insultare, minacciare, e quant’altro.

Io quel giorno ho arbitrato secondo coscienza, e le lamentele erano del tutto ingiustificate; ma anche a me la voglia di arbitrare sta passando completamente. Riuscire ad arbitrare senza essere contestati è quasi impossibile; o l’uno o l’altro ha sempre qualcosa da recriminare. I giocatori durante una partita fanno tante di quelle “cappelle” che a me vien quasi da ridere, ma se una “cappella” la fa l’arbitro è la fine del mondo; lui non ha mai il diritto all’errore.

Ma è un fenomeno che parte dall’alto; se tv, giornali, allenatori e giocatori ad ogni partita alimentano la cultura del sospetto e del lamento, non c’è da meravigliarsi se nelle categorie inferiori ogni domenica qualche arbitro viene aggredito, e pubblico e giocatori si sentono autorizzati a nascondere le proprie sconfitte dietro le spalle dell’arbitro. A livello di serie A è oramai un impresa impossibile arbitrare senza paura, tra telecamere che vivisezionano ogni decisione presa e moviolisti come sciacalli pronti a cercare il pelo nell’uovo. Quando un presidente o un dirigente si mette a sbraitare davanti alle telecamere e ai giornalisti lanciando accuse sull’arbitro lo fa, in genere, per nascondere i propri errori. Ma si scorda che sta indirettamente parlando a milioni di telespettatori e lettori, esacerbandone gli animi; i suoi tifosi e quelli avversari, quando entrano allo stadio, si portano dietro questo messaggio di odio e di violenza, e gli stadi si trasformano in polveriere.

Nel mio mondo ideale, invece, l’arbitro può avere rapporti cordiali anche con i giocatori che gli tocca arbitrare, qualche volta bere una birra assieme, scambiarsi comunque il saluto quando ci si incontra, senza che nessuno debba pensare male. Che gusto c’è, altrimenti, a fare l’arbitro?

A me piace essere in mezzo ai ragazzi, dare loro la possibilità di giocare lo sport che amano di più. Cerco sempre di insegnare loro il rispetto e il fair play, fermo restando che il calcio maschio mi piace, se c’è rispetto. Sono fiero di me quando riesco a portare a termine un match combattuto senza aver tirato fuori i cartellini, quando li vedo stringersi la mano tra di loro, e venire da me per ringraziarmi e dirmi che ho fatto un buon match. E fortunatamente anche questo succede, non tutte le esperienze sono sfortunate come quella di domenica scorsa.

Quando allenavo ho sempre insegnato ai ragazzi ad aiutare e rispettare l’arbitro; non si perde quasi mai a causa dell’arbitro, ma per demeriti propri e meriti dell’avversario; e nei pochi casi in cui l’arbitro ci trovava poco simpatici e si perdeva, voleva dire che noi non eravamo stati forti abbastanza per battere anche l’arbitro.

Molti, troppi, scordano che “SENZA ARBITRO NON C’E’ PARTITA”, e che l’errore dell’arbitro fa parte del gioco; non si può pretendere che sul terreno di gioco l’unico senza diritto all’errore sia quello vestito di nero. Fare l’arbitro comporta molte responsabilità e molti fastidi; ma poi vedere quei ragazzi battersi sul campo, mentre tu sei lì per compiere una missione, e ti diverti pure, compensa tutto il male di cui è circondata questa attività.

Paolo Delli Compagni

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Un pensiero riguardo “Che gusto c’è a fare l’arbitro? Una testimonianza

  1. Ho detto più volte cosa si dovrebbe fare per migliorare ancora la classe arbitrale. Insegnare, al mondo che vi gravita attorno, il rispetto tassativo di tale figura è un passo fondamentale. Temo però sia una battaglia persa. A livello giovanile i primi da prendere a legnate sono i genitori che, non solo non rimproverano i figli che si scagliano contro l’arbitro ad ogni stronzata, ma aggiungono benzina da bordo campo con insulti di ogni tipo. I dirigenti non son da meno. “io spendo soldi quindi pretendo……” A livello serie A comunque il top dei rimbambiti sta nei media. Ovviamente non son tutti così, il problema è che hanno in mano mezzi con enorme cassa di risonanza, non ne servono molti per creare scompiglio. Il QI medio delle tifoserie fa il resto.
    Come se non bastasse, dal punto di vista economico, arbitrare è poco premiante.
    Fortunatamente, spesso, la passione ha il sopravvento su tutto il resto.

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