La punta dell’iceberg

Coppa del Mondo di Marcia a Roma
Schwazer e Donati a Roma, 8 maggio 2016

La vicenda sportiva di Alex Schwazer è un’altalena di trionfi e cadute, un mix eterogeneo di successi e clamorose disfatte. La scoperta della seconda positività ha profondamente colpito chi era tornato a credere nelle possibilità di questo atleta dal talento fuori dal comune. Ma cosa è successo veramente al ritorno alle gare nel 2016? Alex è davvero un recidivo sulla strada del doping? Il suo ultimo allenatore, Sandro Donati, ha parlato esplicitamente di “manipolazioni” della provetta incriminata. E’ possibile anche solo lontanamente immaginare che, come sostiene Donati, la positività al testosterone sia una montatura? Vediamo di ripercorrere in poche tappe la storia della vicenda e dei suoi protagonisti.

Dai trionfi alle lacrime

Alex Schwazer è un carabiniere, si allena fin dai 18 anni grazie al gruppo sportivo dell’Arma. Ha fisico e talento, le sue gare acquistano presto una dimensione internazionale: nel 2005 a 21 anni, è medaglia di bronzo ai mondiali di Helsinki dopo aver vinto i campionati italiani sulla distanza dei 50Km. Un altro bronzo nel 2007 ad Osaka è preludio al successo più grande, l’oro olimpico di Pechino 2008 con annesso record olimpico. Arriva anche l’argento ai mondiali di Barcellona 2010, tramutato poi in oro nel 2014, a causa della squalifica del vincitore, il russo Emelyanov, per irregolarità nel passaporto biologico. Un curriculum di tutto rispetto. Eppure all’improvviso, il 6 agosto 2012, la notizia che Alex è risultato positivo all’eritropoietina. Niente Olimpiadi dunque, e via ad una fase molto difficile della vita di Schwazer. Due giorni dopo si presenta in conferenza stampa e racconta una storia, la sua storia, tra lacrime e pentimento: avrebbe ceduto all’EPO per la paura di non vincere a Londra, schiacciato dal peso della responsabilità e dal timore di deludere. Un ragazzo debole dunque, un errore a cui si può porre rimedio. Si sarebbe dopato per un ristretto periodo di neanche un mese ed avrebbe fatto tutto da solo. A chi gli dice che potrebbero essere fatte nuove analisi sui campioni relativi a Pechino 2008, risponde letteralmente “Le mie medaglie sono tutte pulite”. In ogni caso, pentito o no, Schwazer viene squalificato per tre anni e mezzo, fino all’aprile 2016, teoricamente in tempo per ottenere la partecipazione alle olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma deve prepararsi e guadagnare qualche tonnellata di credibilità. Nella primavera del 2015 la storia sportiva di Alex riparte, quella giudiziaria legata alle vicende del doping di tre anni prima non si era mai fermata. A partire dal mese di aprile l’atleta altoatesino è allenato da Sandro Donati, esperto allenatore dell’atletica italiana e paladino della lotta al doping. Rio 2016 non è più un miraggio.

Donati – Schwazer: si fa sul serio

Riassumendo, un atleta di fama internazionale, già oro olimpico nella specialità dei 50Km di marcia, viene pizzicato positivo ad un controllo a sorpresa; segue la confessione, il pentimento, la collaborazione con la giustizia e l’incontro con il personaggio più “anti” doping che il panorama dello sport italiano abbia mai partorito. Perchè questo è Sandro Donati. Per il recupero di Alex è coadiuvato da un team di esperti fra cui l’ematologo Benedetto Ronci e il professor Dario D’Ottavio, promotore tra gli altri del passaporto biologico per gli atleti. L’operazione ha i contorni ben definiti: il team è la garanzia di trasparenza e correttezza per Schwazer. Dall’altra parte si cerca di dimostrare che l’atleta ben allenato può ottenere risultati senza bisogno di farmaci e sostanze proibite. Alex torna a marciare e torna a vincere. A Roma, l’8 maggio 2016, vince il campionato mondiale di marcia per squadre e guadagna così il pass per Rio. Il talento è intatto, il fisico pure, la genuinità della prestazione non sembra in dubbio. Come un macigno piomba sul team del marciatore la notizia della nuova positività. E’ il 21 giugno 2016, il campione positivo è quello prelevato in data 1 gennaio 2016. Nuova conferenza stampa ma nessuna confessione; tutte le accuse vengono respinte al mittente, Donati in seguito parlerà apertamente di manipolazioni e “vendetta nei miei confronti”. Fatto sta che nè Schwazer nè Donati vanno alle olimpiadi brasiliane.

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Tecnico e atleta in allenamento

Donati: una vita contro il “sistema”

Un “semplice” allenatore di atletica leggera della nazionale italiana, questo è stato per molti anni Donati; in seguito il suo lavoro contro il doping lo ha portato ad essere anche consulente WADA (World Anti Doping Agency) e capo del settore Ricerca e sperimentazione del CONI. Per capire e raccontare la sua figura non basterebbe un libro. Risalire alle prime memorie che ho di lui significa tornare indietro al 1998 e alla maledetta estate di quel Tour de France. Perquisizioni, arresti di dirigenti e ciclisti: la Gendarmerie cerca l’EPO. Da noi il boemo Zeman accende la miccia delle inchieste sul mondo del doping. Walter Veltroni, allora ministro con delega allo sport, istituisce nel settembre dello stesso anno, una commissione speciale di indagine che ha il compito di fare luce sulla “pulizia” dello sport italiano. I risultati finali della commissione Grosso (dal nome di Carlo Federico Grosso, ex vicepresidente CSM e guida della commissione) si basano essenzialmente sulla testimonianza di Sandro Donati, all’epoca in organico del CONI. Da statistiche di pochi anni prima esce fuori che il Belpaese era la nazione che in Europa eseguiva il maggior numero di controlli antidoping. A fronte di ciò però risultava una percentuale bassissima di positività rilevate: solo lo 0.13%, contro l’1.65% dei tedeschi, 1.70% dei danesi, 0.84% dei francesi e lo 0.49% dei cinesi. La stranezza rilevata da Donati è presto spiegata: la Cina, accusata da più parti di occultamento del doping, manteneva una percentuale ben superiore rispetto al nostro paese. Le ipotesi secondo Donati sono tre, come si legge nella relazione conclusiva della Commissione Grosso: insabbiamenti dei casi di positività; analisi solo parziali; finte analisi per risparmiare sui kit. Niente male come dichiarazioni per uno che già all’epoca rappresentava un punto saldo della lotta al doping e un riferimento per chiunque ne volesse conoscere pericolosità e capacità di penetrazione nell’ambiente sportivo. Donati era ed è tuttora un personaggio che non difetta di schiettezza: il suo libro del 1989, Campioni senza valore, raccontava in maniera cruda e precisa il mondo del doping e i silenzi dello sport italiano. campioni-senza-valoreVi si può leggere degli incontri con il professor Conconi, che ad inizio anni 80 era alla ricerca di cavie per gli studi e la sperimentazione sulle pratiche di emotrasfusione; del rifiuto alla collaborazione di Donati e del progressivo isolamento suo e dei suoi atleti all’interno del panorama dell’atletica nazionale. Perchè, come ebbe a dire lo stesso Conconi, gli studi erano commissionati direttamente dalla FIDAL (Federazione Italiana Di Atletica Leggera) che cominciava a palesare la propria preferenza per gli atleti emotrasfusi. Erano i tempi in cui si guardava al di là della cortina di ferro, strizzando l’occhio alle pratiche “aggressive” dell’URSS e della DDR. Erano i tempi della ricerca di visibilità che gli sport cosiddetti minori cercavano a discapito di sua maestà il calcio. E servivano risultati. Ma questo meccanismo era di difficile intuizione, perlomeno al tempo. Il doping di stato era al di là del muro di Berlino e i casi nel cortile di casa erano comunque ritenuti iniziative dei singoli atleti. Del resto qualche anno prima, nell’aprile del 1975, una dichiarazione gravissima del responsabile tecnico dell’atletica italiana fatta a Tuttosport non aveva avuto nessun tipo di reazione nè dalla stampa nè dall’ambiente sportivo. “Noi vogliamo che tutti in Italia, come già avviene all’estero, facciano un uso appropriato e razionale degli anabolizzanti” aveva detto il direttore tecnico dell’atletica italiana complimentandosi con un atleta del lancio del martello, avvantaggiato in questo poichè figlio di un farmacista. Dobbiamo all’insistenza di Donati e alla sua “schiena dritta” tutta una serie di sforzi fino all’interpellanza parlamentare che porta alla classificazione come doping delle pratiche di autoemotrasfusione. Ed è solo una delle battaglie portate avanti da un uomo che voleva solo fare l’allenatore. In tempi molto più recenti, nel biennio 2004-2006, Donati ha collaborato con la direzione nazionale antimafia per smascherare un traffico di anabolizzanti che coinvolgeva molti paesi, tra cui Grecia e Russia, che era gestito dalla mafia dell’ex URSS. E’ inoltre l’autore della segnalazione su Alex Schwazer che ha portato alla scoperta della prima positività nel 2012. Per ragioni di brevità non possiamo soffermarci oltre sulle battaglie di Sandro Donati. Basti sapere che l’allenatore che non ha mai ceduto al doping è sempre rimasto un corpo estraneo nell’atletica italiana degli anni 70/80, un separato in casa; in seguito diventa un vero e proprio “alieno”, adocchiato in casa sua come personaggio incomprensibile eppure richiesto all’estero per conferenze e consulenze per conto della massima autorità mondiale antidoping.

L’imboscata   

Per tornare a Schwazer e alla presunta manipolazione, è inevitabile ricordare che un atleta allenata da Donati, l’ostacolista Anna Maria Di Terlizzi, ha effettivamente subito un goffo tentativo di inquinamento del campione prelevato. La storia è dei primi mesi del 1997: ad una prima analisi il campione dell’ostacolista presenta un valore di caffeina pari a 24 mg/l (per un limite di 12 mg/l). Salvo poi risultare alle controanalisi (svolte alla presenza del perito della difesa) pari a circa 5 mg/l. Per ben tre volte il campione viene analizzato dando lo stesso risultato e l’atleta viene scagionata completamente. Salterà fuori più tardi che dal primo campione mancano totalmente i metaboliti della caffeina: significa che la sostanza non è stata digerita e poi espulsa dall’organismo ma che è finita nella provetta per “errore”. Da notare che all’epoca le analisi vennero svolte dal laboratorio romano che era anche l’unico riconosciuto dal CIO. La risposta alla domanda del primo capoverso “E’ possibile che sia stata manipolata la provetta?” è dunque un sì.

La tesi di Donati

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Donati alla Commissione Antimafia con il presidente Rosy Bindi

Torniamo dunque all’ipotesi di Donati con le parole di Claudio Fava, membro della commissione antimafia davanti alla quale c’è stata l’audizione dell’allenatore di Schwazer il 14 luglio 2016 “Siamo di fronte a poteri forti, interessi forti, menzogne forti. E l’impressione che abbiamo avuto è che Schwazer sia stato il mezzo per far pagare un conto salato a Donati, alle sue denunce, alle sue battaglie” Ecco in sintesi quanto sarebbe successo. Perchè? Abbiamo già detto che il controllo a sorpresa del 2012 che fece scattare la positività di Schwazer fu chiesto da Donati. In seguito l’inchiesta aperta dai magistrati di Bolzano ha portato ad indagare (per favoreggiamento) alcuni medici tra cui Giuseppe Fischetto, dirigente FIDAL e membro della commissione medica antidoping della IAAF (l’associazione delle federazioni nazionali di atletica, una sorta di FIFA pensando al calcio). Proprio Fischetto è stato trovato in possesso di un database che raccoglie decine di migliaia di record concernenti test ematici di molti atleti (per la maggioranza russi). Lo stesso Fischetto, intercettato al telefono con un amico, così si esprimeva il 18 giugno 2013

Sono Giuseppe Fischetto, come stai?

– O Giuseppe ciao come stai?

– Un po’ incazzato con la giustizia, avrai sentito che sono venuti a sequestrarci i computer, di tutto di più. Son venuti da me, da Rita (Bottiglieri, NdR), prima a casa da Fiorella (l’altro medico al centro del caso, NdR) sempre per la vicenda Schwazer. Hanno fatto un sequestro di tutto il materiale informatico che abbiamo a casa e in Fidal alla ricerca dell’idea che qualcuno possa aver sostenuto Schwazer

– Ma questo su iniziativa di chi, Giuse’?

-Del giudice di Bolzano, Va be’ so’ una rottura di palle perché m’han tolto tutti gli hard disk e ci sono anche tante cose confidenziali internazionali eh… che io spero non ci siano fughe di notizie perché succede un casino internazionale: sai metti che vengon fuori dei dati dei russi più che non dei turchi più che non degli altri, perché io sono nella commissione mondiale, tu lo sai, della Iaaf”

E ancora il 27 giugno dello stesso anno, intercettato con un impiegato FIDAL:

– La sai l’ultima? Ho appena chiuso il telefono, sai chi ma ha chiamato? Lamine Diack (ex-Presidente della Iaaf che nel 2015 sarebbe stato arrestato per corruzione, NdR) dandomi il massimo supporto, dicendomi di andare avanti.

Impiegato Fidal: Anche qui c’è la solidarietà di tutti, di chiunque”

Ma cosa si tentava di proteggere? Cosa hanno trovato i magistrati di Bolzano? Sostanzialmente il database Fischetto è una raccolta di valori rilevati nei test ematici in un periodo di tempo piuttosto lungo (2001/2012) e riferibili ad atleti di varie discipline, per la maggioranza russi. I dati in questi files non configurano immediatamente casi di doping (così dice la WADA…) ma si tratta di casi che avrebbero meritato un approfondimento e che invece sono rimasti intatti nei cassetti. Ne sa qualcosa Lamine Diack, ex presidente Iaaf che ha confessato di aver intascato ingenti somme di denaro per coprire casi di positività o quantomeno per ritardare i controlli o vanificare quelli a sorpresa. Diack che secondo la WADA “era responsabile dell’organizzazione, della cospirazione e della corruzione che ha avuto luogo nella Iaaf”, Diack che telefonava a Fischetto per comunicargli la sua vicinanza nel momento difficile, Diack che prima dei mondiali di Mosca 2013 si rivolgeva direttamente a Putin per non far gareggiare alcuni atleti russi accusati di doping che poi non sono mai stati perseguiti. Alla fine si è arrivati alla decimazione del contingente russo a Rio 2016: esclusa in toto l’atletica leggera, così come il sollevamento pesi. Ma certamente è stato sferrato un colpo mortale alla credibilità del sistema anti doping come concepito oggi. La stessa figura di Fischetto è una contraddizione: è colui che controlla per conto della Iaaf ma è anche il controllato poichè membro FIDAL e responsabile della salute dei suoi atleti. Curiosamente le strade di Donati, Schwazer e Fischetto si incrociano spesso: indovinate chi era il medico responsabile per conto FIDAL al secondo test sulla provetta dell’ostacolista Di Terlizzi nel 1997? Già, proprio lui. E chi avrà mandato la Iaaf come delegato anti doping alla gara di Roma del maggio 2016 che segna il ritorno di Alex Schwazer alle gare? Lo stesso Fischetto che in una telefonata intercettata in data 18 giugno 2013 così si esprimeva nei confronti dell’atleta altoatesino:

Questo crucco comunque addamorì ammazzato, devono inc*larsi la Kostner”

Schwazer: omissioni

Non ci si faccia ingannare dalla pentola di nefandezze scoperchiata dalla magistratura e dalle inchieste giornalistiche internazionali: Alex Schwazer non è uno stinco di santo o perlomeno la favoletta del ragazzo oppresso dal peso della responsabilità regge fino ad un certo punto. L’inchiesta a suo carico ed una parallela datata 2011 portano alla luce i suoi rapporti con il dottor Michele Ferrari, discepolo di Conconi e tristemente noto per essere stato il medico di Lance Armstrong. Ferrari, inibito a vita nel luglio 2012 dall’agenzia antidoping statunitense (Usada), si rivela essere il vero mentore di Schwazer: i due si scrivevano con una certa frequenza via email, il marciatore usava addirittura lo pseudonimo di Alfred. Secondo gli investigatori del Ros di Trento la loro frequentazione è attiva a partire dal settembre 2009, data della prima mail recuperata. Di fatto però sul portatile di Alex sono state trovate tracce dell’utilizzo di sistemi proibiti come la tenda o macchina ipossica (che simula l’altitudine e stimola la produzione di eritropoietina) fin dall’estate del 2008, prima dei giochi di Pechino. Alex si affidava completamente a Ferrari che, sempre secondo gli inquirenti, gestiva ogni aspetto della preparazione: luoghi dove allenarsi, distanze, integratori, metodi d’allenamento e supporto psicologico. Dopo un paio d’anni e qualche centinaio di email il rapporto tra Alfred-Alex e Ferrari deve bruscamente troncarsi: il dottore è indagato e perquisito, gli vengono sequestrati tutti gli strumenti informatici. E’ il 19 gennaio 2011, Alex deve cavarsela da solo. Perso il suo vero mentore, il marciatore si accartoccia su se stesso e sulle sue insicurezze fino a rifugiarsi nell’EPO nelle vicinanze delle olimpiadi dell’anno successivo. Ovviamente questa parte della storia non poteva essere candidamente confessata in quella famosa conferenza stampa dell’agosto 2012. Ferrari è un personaggio già salito alle cronache per inchieste sul doping (insieme a Conconi) fin dal maledetto 1998. Per di più il semplice contatto con lui, per i tesserati, avrebbe fatto scattare la squalifica essendo Ferrari inibito fin dal 2002 dalla Federazione Ciclistica Italiana. Sul piano giudiziario, Ferrari è stato condannato in primo grado (processo di Bologna) per somministrazione di sostanze dopanti, salvo poi uscire indenne per l’avvenuta prescrizione del reato prima dell’appello. L’immagine di Alex in lacrime cozza particolarmente con quella dello sportivo guidato da uno dei personaggi più oscuri del panorama del ciclismo (e non solo) italiano. A ciò si aggiunga il fatto che in seno alla FIDAL la frequentazione di Alex con Ferrari era ben nota e semplicemente si è scelto di chiudere non uno ma entrambi gli occhi. L’unica via d’uscita per il marciatore, l’unica via per tornare a gareggiare era la collaborazione con la giustizia. Voglia di collaborare con i magistrati certamente sincera ma che non disdegnava uno “sconto” sulla squalifica inflitta. Sconto che alla fine non arriverà, ciò che è arrivato sicuramente è la testimonianza di Alex di cui accenniamo un passo esemplificativo in cui parla dei russi “…sono entrato in confidenza con i marciatori nel 2011 dopo numerosi casi, dopo anche un periodo difficile per me dove ho perso la speranza di avere avversari puliti. Ho saputo un pò di cose, l’ho detto prima a Bolzano poi al Coni e poi all’Usada. Per far parte del loro gruppo dovevo cambiare anche passaporto, mi dicevano che da loro avrei trovato tutto» «Per il futuro – aggiunge il marciatore azzurro – penso che si può solo sperare che in futuro sarà un pò meglio, certe cose sono assurde. Sconfiggere il doping in assoluto forse sarà impossibile, ma bisogna far capire che senza doping si va forte lo stesso.”

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Donati, Schwazer e l’avvocato Brandstatter

La seconda positività: stranezze

Ci sono molte stranezze procedurali nella vicenda del controllo del 1 gennaio 2016 che ha fatto scattare la positività ma la più eclatante è di altro tipo e ce la spiega Alessandro Pezzatini, ex marciatore olimpionico a Los Angeles 84 e membro dello staff che ha preparato Schwazer: “Di tutte le sostanze dopanti che esistono, vai a prendere degli anabolizzanti che aumentano la potenza muscolare? A un marciatore non serve a nulla, e Schwazer ha una struttura muscolare già mostruosa di suo. Poi stiamo parlando di quantità irrilevanti, che sarebbero state assunte una volta sola visto che Alex era costantemente controllato”. Pezzatini in questo pezzo del Corriere Fiorentino ripercorre una storia che ha del familiare :”Per quel che mi riguarda, sarà stato l’82, quando ancora i confini del doping e dell’antidoping erano sfumati, che mi arrivò la proposta di “aderire a pratiche mediche collaudate atte a migliorare le performance”. Dissi di no. E alla lunga l’ho pagata. Ricordo che per gli Europei di Stoccarda dell’86 avevo strappato la qualificazione, ma fui lasciato a casa per dare il mio posto a chi era dietro di me….Il problema non è il doping, è l’antidoping. Non funziona. Se io parcheggio la macchina due volte in divieto di sosta e prendo una multa, la volta dopo non lo rifaccio. Ma se ne prendo una ogni cinquanta volte, probabilmente mi conviene stare al rischio» Dito puntato sull’antidoping, dunque. Quella stessa struttura che ha sempre controllato Alex da quando è rientrato in gara senza mai riscontrare anomalie nei valori. Oltre 40 controlli in una sola stagione ma per trovare un dato anomalo c’è voluto un secondo test su un campione già considerato negativo. In data 22 febbraio 2016 la negatività era registrata e visibile all’atleta ed al suo allenatore sul sistema informatico della WADA. Il 29 marzo il laboratorio di Colonia (che aveva testato il campione di Schwazer) riceve l’input di non smaltire le urine, cosa che sarebbe accaduta di lì a 2 giorni. In data 8 maggio la gara vinta da Alex con annesso controllo dell’antidoping risultato, ovviamente, negativo. Il 13 maggio la Iaaf riceve la notizia della positività, ricavata dall’esecuzione sullo stesso campione di un test sofisticatissimo in grado di rilevare anche microdosi. Il 28 maggio Alex partecipa alla 20Km di La Coruna finendo secondo. Solo il 21 giugno l’atleta viene informato della positività, di fatto a poco più di un mese dai giochi di Rio 2016. Rinvii, negazioni, malfunzionamenti del sistema informatico: l’esclusione dai giochi appare predeterminata. La battaglia legale è ancora in corso: è di pochi giorni fa la notizia che il laboratorio di Colonia non ha acconsentito ad inviare le provette ai Ris di Parma che, come stabilito dai giudici di Bolzano, avrebbero dovuto effettuare delle analisi. La motivazione ufficiale è che non è sufficiente la rogatoria internazionale ma serve l’autorizzazione di un giudice tedesco. Anche il viaggio d’andata della provetta non era stato privo di stranezze: sigillata alle 8.30 circa di venerdì 1 gennaio 2016, era arrivata a Colonia alle 10.30 della mattina successiva quando il laboratorio era chiuso. Eppure il controllo era stato deciso ben 15 giorni prima, il 16 dicembre 2015, casualmente lo stesso giorno della deposizione al processo di Bolzano in cui Alex aveva accusato i medici FIDAL Fiorella e Fischetto. E quella provetta non era proprio anonima, come vuole il protocollo antidoping. Recava la scritta della provenienza, Racines Italia, che essendo un paese di meno di 5000 anime…..beh basta fare 2+2, non credo che siano molti a Racines gli atleti di livello mondiale sottoposti al regime del controllo antidoping. Stranezze dunque, disseminate lungo tutto l’iter, e muro di gomma con quel controllo sul DNA della provetta già negato a Donati-Schwazer pochi giorni dopo il maledetto 21 giugno e negato, di nuovo, ai Ris di Parma forti della richiesta di un giudice italiano. L’antidoping, che dovrebbe essere trasparenza e comunicazione, nascosto dietro un velo di scuse, di incomprensibili ritardi. Tornano a mente i “consigli” ricevuti via telefono da Donati prima della gara di Roma vinta da Alex: “lasci vincere Tallent” gli dice Nicola Maggio, giudice internazionale di marcia. Ancora Maggio pochi giorni dopo prima della gara di La Coruna: “…non andare a cercare disgrazie con i due cinesi…”.

Il doping è uguale per tutti

Personalmente nutro da molto tempo una certa diffidenza verso gli ambienti dell’antidoping, di qualsiasi sport e nazionalità. Ho sempre avuto l’impressione che nella rete finiscano i meno funzionali al sistema non i più cattivi. Siamo abituati a crociate giustizialiste ogni volta che la stampa fa un po’ di clamore: si prendono tre o quattro malcapitati ai quali si presenta il conto salatissimo di tutto l’ambiente e si pretende di ripartire più puliti e scintillanti di prima. Le istituzioni sportive per ora guardano alla vicenza Schwazer con un certo disagio, in un mix di prudenza e voglia di non sporcarsi le mani. Eppure un sistema che si rispetti dovrebbe garantire ad ogni atleta una seconda chance: stonano molte dichiarazioni di chi vuole la radiazione alla minima positività rilevata perchè non tengono conto del grado di penetrazione del doping nel quotidiano di ogni sport o, peggio, perchè magari contemporaneamente impegnate in un atteggiamento ipocrita e opportunista di conservazione del proprio orticello. A tal proposito, visto anche che questo blog parla principalmente di calcio (giocato e non), giova ricordare la risposta di Donati al giornalista olandese che lo stava intervistando e che a tutti i costi voleva fargli dire che i giocatori della Juve nel ’96 erano dopati: “Perchè lei ha la certezza che analoghi sospetti non riguardino anche quelli dell’Ajax?

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9 pensieri riguardo “La punta dell’iceberg

  1. .”Il problema non è il doping, è l’antidoping. Non funziona. Se io parcheggio la macchina due volte in divieto di sosta e prendo una multa, la volta dopo non lo rifaccio. Ma se ne prendo una ogni cinquanta volte, probabilmente mi conviene stare al rischio»”

    Vero che l’antidoping non funziona ma se quella multa ogni 50 ti costa l’auto (sequestrata e venduta), la patente (sequestrata a vita) più mazzate accessorie ,forse ci pensi due volte a parcheggiare in doppia fila.

    Io sarei ,in teoria, per la radiazione alla prima infrazione (ovviamente se provata) ma come al solito servirebbe per tutti un medesimo trattamento e non sempre è così. Anche chi fornisce indicazioni agli altleti per “pomparsi ” andrebbe massacrato. Io un medico che dopa gli atleti lo userei come cavia per la cura di malattie attualmente senza cura. Ma io sono un incivile per cui andiamo avanti a trattare tutti con i guanti. Vero che il doping è radicatissimo in tutti gli sport. Chiediamoci il perchè.
    Le scuse degli atleti poi son sempre le stesse. “ho saputo che gli altri…” . L’ho fatto una volta sola..” ecc
    Una volta entrati nel giro, quasi tutti perdono il senso della realtà. I ” santoni” lavorano molto anche sulla mente oltre che sul corpo.

    Nello specifico mi spiace che ci sia finita di mezzo la Kostner che in proporzione ha rischiato molto di più di Schwazer. La seconda positività in effetti pare un po’ strana e potrebbe essere mirata a sputtanare Donati. Questo dimostrerebbe che le analisi possono essere modificate a piacere ed essere usate come arma per far fuori persone scomode. Anche qui la mia soluzione è semplice. Se ti becco ad alterare le provette vai in galera per 20 anni senza sconti di nessun tipo. Se si dimostra l’errore te ne fai 5 lo stesso. Un cardiologo non deve sbagliare.

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  2. Claudio mi ha anticipato intervenendo su un tema che mi interessa e su cui più volte sono stato sul punto di intervenire. La questione di Schwazer è poco chiara, pure io ho letto i libri di Donati (a proposito il primo è disponibile sul web per esempio qui http://simonesalvador.blogspot.com/2012/11/Campioni-senza-valore-il-libro-scomparso-di-sandro-donati.html) e può darsi, anche per le modalità curiose con cui è stata scoperta la positività, che ci sia stato qualcosa di anomalo dietro. Un po’ lo spero perché sporcare la figura di Donati significherebbe sporcare una delle poche facce sicuramente pulite nella storia dello sport italiano degli ultimi decenni.
    Quanto alle ricette su doping e antidoping, purtroppo @bjh la questione è molto più complessa. Ogni programma di doping ben organizzato prevede ovviamente anche delle strategie per mascherare il doping davanti ai controlli; e per ovvi motivi le tecniche dei trucchi stanno sempre un passo avanti alle tecniche dell’antidoping. Per cui anche un antidoping fatto bene ha un significato relativo, becca quasi esclusivamente lo “sfigato” di turno che ha avuto qualche intoppo nel suo programma dopante, oppure che si è beccato un controllo a sorpresa che non si aspettava; ma mediamente direi che un programma dopante ben congegnato può resistere all’antidoping anche per anni e anni di carriera. Per cui il problema della punizioni per chi viene beccato è veramente l’ultimo dei problemi.
    Lavorare sulla cultura non tanto degli atleti, quanto piuttosto dei tecnici, è importante. Infatti oggi abbiamo atleti giovani come Schwazer, ma tecnici in gran parte formatisi negli anni ’90, gli anni d’oro dell’epo. Abbiamo tanti atleti degli anni ’90 che oggi sono direttori sportivi, per esempio nel ciclismo, e che mediamente si sono formati con una certa cultura del doping. Ripulire lo sport è probabilmente un’impresa in sè impossibile, o comunque molto complicata, e passa solo in minima parte dall’antidoping, che alla fine serve solo per rendere a vita difficile a chi si dopa, e a scoraggiare magari quelli che sono meno convinti di farlo.

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  3. Tema molto complesso, ma due punti importanti centrati. Inasprimento delle pene: posso essere d’accordo ma di chi ci fidiamo se chi dovrebbe controllare è il primo a fare il furbetto? Il doping è certamente sempre un passo avanti rispetto all’antidoping ed è indispensabile prevenire agendo su chi forma gli atleti. Ma, anche qui, chi dovrebbe farlo? Intanto sono molto curioso di vedere come finisce il processo Schwazer a Bolzano e di capire se e quando il laboratorio di Colonia mollerà la famosa provetta….

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  4. Si problema molto complesso anche perchè se i problemi non si risolvono subito si può arrivare al punto di non ritorno. Daccordissimo sul fatto che se chi fa i controlli fa il pirla non è che inasprendo le pene risolviamo molto, anzi. Ricordate perchè mi incavolo quasi più con auricchio e compagnia che con Moggi? perchè il secondo è migliore dei primi? no di certo, ma se non mi posso fidare manco di chi controlla siamo fritti.Voglio gente straaffidabile.
    Francesco, non ho scritto che sia il maggiore dei mali e non penso sia manco l’ultimo ma anche se lo fosse perchè non risolverlo almeno quello? Per debellare la violenza negli stadi inglesi si è usato il fioretto? Chiaro che serve un cambio culturale che però deve andare di pari passo con pene certe e non ridicole. Ma secondo te al signor Michele Ferrari gliene frega qualcosa dell’inibizione a vita? L’avrà incorniciata e si fa quattro risate ogni volta che la guarda

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  5. Quoto bjh: è nettamente più grave un pm che manipola un filmato trasformandolo in una sequenza di foto poste in ordine errato piuttosto che Moggi che discute di griglie con Bergamo.

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  6. @bjh non volevo dire che non si deve cercare di sconfiggere il doping… però se enfatizziamo l’idea della punizione esemplare per chi viene beccato all’antidoping, sosteniamo un’idea molto dannosa che ne deriva di conseguenza, ossia che chi non è stato beccato all’antidoping invece deve essere considerato sicuramente pulito e non può essere messo in discussione. Io mi sono letto tutta la relazione USADA su Armstrong, i libri di Donati, pure qualcosa dal libro di Danilo Di Luca, insomma, tutti nello sport conoscevano benissimo i sistemi per sfuggire all’antidoping, quindi se incentriamo la nostra lotta al doping sul controllo antidoping non andiamo lontano, anzi finiamo per legittimare chi riesce a farla franca ai controlli. Invece i più grandi casi di scoperta di doping sono stati legati non ai controlli ma a inchieste della magistratura: l’operation Puerto in Spagna sul dottor Fuentes, in Italia i processi a Conconi e a Ferrari, le stesse incursioni della gendarmeria francese al Tour de France… alla fine secondo me c’è poco da fare, i poteri per fare sul serio li ha solo la magistratura, secondo me è difficile pensare che lo sport possa farcela da solo, il ricatto della vittoria, delle medaglie e tutto il resto è troppo forte

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  7. Veramente io non è che penso a punizioni esemplari. Quando dicevo che un medico lo userei come cavia per sperimentazione non è che la ritenga una punizione esemplare. Il minimo sindacale per uno che gioca con la pelle altrui. Per gli atleti nulla di esemplare. Radiato e devi restituire tutto quel che hai guadagnato nei 10 anni precedenti. Chiaro che la mia è una posizione irrealizzabile e soprattutto presuppone meccanismi di controllo al di sopra di ogni sospetto. A parte ciò, non capisco il perchè si debba tarare la sanzione pensando che chi non viene preso, passerebbe per santo. Tra l’altro questa cosa è accaduta anche con l’intervento della magistratura e noi ne parliamo spesso Anche l'” operation puerto” testimonia che la magistratura non fa molto meglio dell’antidoping. Son partiti in tromba finche c’erano di mezzo 4 sfigati in bici ..poi? stranamente quando la cosa ha preso una brutta piega si sono smorzati i toni.

    “Io mi sono letto tutta la relazione USADA su Armstrong, i libri di Donati, pure qualcosa dal libro di Danilo Di Luca, insomma, tutti nello sport conoscevano benissimo i sistemi per sfuggire all’antidoping, quindi se incentriamo la nostra lotta al doping sul controllo antidoping non andiamo lontano, ”
    Si sapevano bene come evitare i controlli perchè i controlli,pur se molto più stringenti che in altri sports, eran comunque farlocchi. Armstrong poi pare avesse anche coperture dal sistema per cui qui parliamo di un sistema che non funziona.

    Comunque c’è un malinteso di fondo. Io non volevo incentrare la lotta al doping su quello ma dico che senza di quello il fallimento è certo, come lo è probabilmente una lotta incentrata solo su quello.

    Tra l’altro io non ho la bacchetta magica e non ho soluzioni certe però metterei qualcosa del genere
    1) pene certe e demotivanti , in ordine crescente , atleti/dirigenti/medici. (adesso è spesso il contrario) e per gli ultimi… già ve l’ho detto cosa gli farei :-))
    2) maggior controlli settori giovanili. (spesso assenti)
    3) fine dei certificati medici salvafurbi. se sei malato non gareggi.
    4)coprire di soldi un paio di fenomeni in campo medico in grado di star dietro ai santoni (qui siamo parecchio in dietro). e i soldi? beh qualcosa lo si trova dal punto uno. Il resto dipende da volontà.
    5) prendere gente a fine carriera o con poche prospettive e offrirgli un lavoro di collaborazione per capire i metodi usati per farla franca, Sarebbe una mezza ammissione d’uso di doping ma nell’ambiente di solito tutti sanno tutto di tutti o quasi.
    6)campagne massicce di informazione sul doping ( possibili effetti negativi)

    Piccola nota a margine. Bisogna piantarla di vendere integratori senza il minimo controllo. (si comincia da lì la cultura della pastiglia miracolosa). Un ragazzo di 15 anni può andare in un negozio specializzato e uscire con 50 differenti confezioni di integratori senza colpo ferire. Dosi massicce di aminoacidi non sono forse simildoping?

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  8. Tutto giusto, @bjh. Però sono questioni talmente complesse che forse è meglio se torniamo a parlare di Calciopoli 😉
    Nel senso che credo/temo che tutta la storia dello sport moderno sia anche storia di “miglioramenti” apportati al fisico degli atleti. Già la questione di doping e simildoping è difficile da delimitare, ne abbiamo discusso parlando del processo ad Agricola: il doping è quello della lista delle sostanze dopanti o è l’uso di qualunque farmaco? Come fai a stabilire quando un farmaco serve veramente a un atleta e quando invece è illegittimo?
    Comunque hai toccato un paio di punti molto giusti: il primo è che i fuoriclasse della medicina se li possono permettere i dopatori, ma non chi dà loro la caccia, perché le federazioni in genere hanno poche risorse per queste cose. La seconda è l’incoraggiamento al “pentitismo”; in effetti in America hanno incastrato Armstrong proprio così; però hanno potuto farlo solo dopo che Armstrong si era ritirato; quando correva difficilmente avresti trovato qualcuno con il coraggio di dire in giro certe cose. E comunque non so se in Italia avremmo mai avuto il coraggio di picconare un mito del nostro sport come hanno fatto negli USA; ne dubito, sinceramente.

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