Cardiff: dalle speranze alla sconfitta…

…ovvero analisi semiseria di uno slalom tra 4 schiaffi

Dove sta scritto che le sconfitte insegnano? E poi cosa si impara a perdere le finali? Una cosa soltanto: si impara a fare pulizia tra i propri contatti sui social, perché sfottete pure ma almeno con impegno e originalità. Cominciamo dall’epilogo: sabato 3 giugno, minuto 43 del secondo tempo, la Coppa usa le sue grandi orecchie modello Dumbo per volare in direzione Madrid. Un amico milanista accanto a me gongola per vari motivi: risate sguaiate e un po’ forzate perchè lui le finali le vince e perchè ha scommesso il 3 – 1 per il Real. “Dio del pallone mettici lo zampino” penso in silenzio. 4 – 1, ecco appunto. Adesso festeggi solo la sconfitta di qualcuno, ripeto nella mia testa. A notte fonda, quando la sconfitta comincia la sua fase di elaborazione, rimuovo da ogni social passato, presente e futuro tutti quelli che postano solo roba del tipo “Vinci perchè rubi, Agnelli, FIAT, Moggi, arbitri……”. Ognuno è felice a modo suo ma non mi interessa l’invito a quella festa.

Il cammino

L’avvicinamento alla finale di Cardiff gonfia i cuori di speranza. La Juve compie un percorso netto arrivando alla finale senza sconfitte e con al passivo soltanto 3 gol. C’è la sensazione di una squadra matura, capace di affrontare l’evento dominando la paura e le incertezze. La stampa ci gioca su: si parla di triplete, di Juve favorita, si paragona l’Inter di Mou a questa Juve che ancora non ha vinto. Allegri parla di una “nuova consapevolezza”, di differenze tangibili con la finale di Berlino. Il popolo juventino ci crede, esorcizza i fantasmi delle 6 finali perse con la DybalaMask, la BBC imperforabile, il mito di Buffon, la saggezza tattica del mister di Livorno. Il tonfo alla fine è più sordo di quello di due anni prima quando, onestamente, il Barcellona era ancora il Barcellona. Nel cammino verso Cardiff ci sarebbero pure il sesto Scudetto consecutivo e la terza Coppa Italia di fila. Trofei di plastica in una bacheca che aspetta l’oro. Non è il numero degli Scudetti (35, 33, 25 o 40) ma il progressivo impoverimento che il titolo di Campione d’Italia subisce se prende la via di Torino. Che ve ne fate? Oramai non gioite più, dicono gli altri. Assuefazione, abitudine, noia. Sinceramente siete fuori strada. Lo Scudetto a maggio è la sensazione del “tutto bene”, è il sedersi a tavola con la famiglia riunita e vedere che tutta la tua normalità scorre da sola, senza il bisogno di faticare o modificare tempi, eventi, destinazioni e motivazioni. È come il sole che sorge tutti i giorni. Fa notizia se non c’è.

L’attesa

Percorro avanti e indietro le poche scale che mi separano dalla TV. Moglie e figlie sono impegnate in tutt’altro, fortunatamente; faccio quasi il riscaldamento con la squadra, scruto i volti di compagni e avversari per capire ansie, paure, aspettative e rabbia. Mi colpiscono Mandzukic, con la faccia di chi sta per cambiare il mondo, e Zidane, idolo assoluto dei miei 25 anni, che aspetta sornione poco lontano. Ancora lo vedo con andatura caracollante fare magie con la palla tra i piedi. E’, in assoluto, il giocatore che ho più ammirato da che ho gli occhi. Alla vigilia è stato cauto, umile, quasi preoccupato di dare fastidio. Ma quando c’è di mezzo un pallone è genio assoluto. Sei sempre lì a rincorrerlo, tanto che pare di prenderlo eppure la palla ce l’ha sempre lui e più ti avvicini più te la nasconde, più lo accerchi più genialmente semplice sarà la giocata che smarca un compagno in campo aperto. Un brivido mi percorre la schiena: arriva la Coppa, le tribune sono fiorite di bianconero e di camisetas blancas. Lo Stadio è coperto, beato chi c’è al di là di come andrà a finire. Nell’andirivieni di ricordi che parte da Magath e finisce a Neymar, mi soffermo un po’ di più sullo Stadio Olimpico di Roma, sulla corsa di Ravanelli a maglietta sulla faccia, sul sorriso abbozzato di Vladimir Jugovic che sta per portarci in paradiso ma ancora non lo sa, sugli abbracci a tutti gli sconosciuti che mi capitano a tiro sulle tribune in quel 22 di maggio 1996. Ho visto 8 volte la Juve in finale di Champions: dell’83 ricordo le scritte “Grazie Magath”, dell’85 voglio ricordare solo Andrea Casula che aveva la mia età ed era all’Heysel; del 96 abbiamo detto, poco invece c’è da dire delle sconfitte con Borussia e Real, nell’era Lippi, in cui affrontavamo avversari tosti da favoriti e rimediavamo sconfitte inaspettate. Del 2003 a Manchester ricordo Berlusconi parlare di “Milan destinato a vincere” e i caroselli alle mura di Prato. Di Berlino ricordo le lacrime di Pirlo, accomunate nella mia memoria a quelle di Baresi del ‘94. Cardiff è un ricordo di gioventù, quella ragazza che è uscita con metà scuola e tu sei sempre nella metà sbagliata.

Il match

Partiamo bene: palleggio, personalità, gioco. Le gambe girano, la testa è presente. Il Real aspetta, non si capisce bene se timoroso o in agguato. Quando colpisce CR7 non mi scompongo più di tanto: c’è tempo e c’è una squadra presente e in grado di reagire. Mandzukic prova a cambiare la storia: 1-1 e sogni ancora intatti. Ammoniscono Ramos e spero che Dybala lo punti ad ogni palla che riceve mentre Mario lo innervosisce con paroline dolci da ex derby di Madrid. Non ci sono grosse occasioni ma rispetto ad essere sotto direi che “no news, good news”. Al riposo si va in parità ma loro hanno anche Carvajal con un giallo. Cerco di cogliere tutti i segnali di possibile ottimismo e ripasso una ad una le cose che farei in campo al posto di quello e quell’altro. Tra una bevuta e un saluto arrivo tardi per il secondo tempo: facce scure e sorrisi del Real Club improvvisato mi fanno aggrottare la fronte. E’ entrata l’Udinese? mi domando con poco rispetto e molta paura. Quella di prima era veramente la Fiorentina ed ora è arrivato il Real? La personalità è sparita, gambe e testa sono andate a cercarla. Dopo 10 minuti si capisce che è solo questione di tempo. L’uno-due del Real è il conto da pagare, non importa che tu sia in un ristorante da 10 euro o di lusso. Certo la sorte ci mette lo zampino, ma una volta le deviazioni ci erano amiche. L’ottimismo incrollabile che tutto sorregge mi direbbe che ci sono ancora 20 e più minuti. Il realismo lo sostituisce appena capisco che Cuadrado è nella serata in cui è più facile finire il cubo di Rubik in 30 secondi piuttosto che azzeccare una giocata. E siamo al triste passo dell’accettazione della sconfitta: sento i miei “fratelli”, mentre annegano nella disperazione, ripetere frasi di circostanza come “Almeno noi ci siamo arrivati” o “Non vi siete neanche qualificati per le coppe” che assomigliano tanto al “Sapete solo rubare” di quelli che non vincono mai. Il silenzio è il mio compagno di viaggio per il resto della serata. Mi scappa un “Grazie lo stesso” su twitter perchè i primi ad essere delusi sono quelli che hanno appena tolto gli scarpini. Ma il tonfo, sordo e inaspettato nelle proporzioni, è di quelli che lasciano il segno. Mi da fastidio qualsiasi cosa emetta dei suoni ed il pallone è come latte avariato in una tazza che devi bere per forza.

Negazione vs accettazione 0-1 (in zona Cesarini)

L’umore di chi perde una finale di Champions è nero intermittente. La sveglia è rapida, figlia di una notte a rimuginare senza dare troppo nell’occhio (ci manca solo che esseri non di sesso maschile esclamino cose tipo “Eddai è solo una partita!!!”)Eh no, è la finale di Champions, cribbio. E adesso come vado al bar? Ci saranno i giornali…coraggio su, chiedo il cappuccino….il barista mi guarda e sorride? Sfotte? Ha un tatuaggio strano, è un giglio. Firenze. E’ un ultrà viola!!! Gongola. Mia moglie mi desta dicendo “Hai visto carina l’orchidea tatuata?” Collego il cervello e mi do del coglione da solo. Il cappuccino brucia e leggo un po’ con difficoltà la frase tatuata intorno al fiore del barista “Ovunque tu sia il mio amore arriverà fino a te” Entra l’amico milanista della sera prima e vorrei tatuarmi in suo onore “Ovunque tu sia restaci”. Mi faccio piccolo piccolo, dai che non mi vede. Non solo mi vede, mi punta come un cane da caccia e mi chiede pure come sto. Gli eroi dei film gli rovesciano in testa il cappuccino bollente e scappano con la bella sottobraccio lasciandogli il conto da pagare. A me (che a detta di mia moglie sono stato un po’ “assente” la sera prima) tocca pure pagargli la colazione mentre si ingozza di crema e comincia a ricordare le sue finali. Fortuna che dobbiamo tornare verso casa, il lavoro, le figlie e una serie di improbabili impegni che mi richiedono in tutti i posti del mondo fuorché lì. In macchina, mentre aspetto, non accendo la radio tanto tutti parleranno di quello che è accaduto la sera prima. Ad un certo punto capisco. Esco come tarantolato e rientro nel bar, strappo la Gazzetta dalle mani del plurivincitore delle Champions delimortacci e comincio a leggere tutto, poi ancora e ancora. Abbiamo perso. L’ho letto. Mi sento sollevato. Festeggio con una spuma. Mi prende in giro di nuovo, ma non ha lo stesso potere di prima. Anzi, francamente, me ne infischio. Ringrazio, non so di cosa visto che ho pagato io, saluto e mi ricordo finalmente che vincere è l’unica cosa che conta anche e soprattutto quando si perde. 

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6 pensieri riguardo “Cardiff: dalle speranze alla sconfitta…

  1. Innanzitutto contentissimo del fatto che tu sia uscito dal silenzio, non hai avuto la forza ancora di esaminare i motivi di quel calo nel secondo tempo, spero che la soluzione della Juve non sia Agricola, per il resto, ti ripeto, ciò che ha dato fastidio ai neutrali e che li ha spinti a tifare Real è stato il pompamento della stampa per cui sembrava quasi che la partita con il Real fosse già stata disputata ed io me l’ero persa, la Juve aveva già vinto e il suo Triplete era meglio di quello dell’Inter.

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  2. In silenzio si ascolta meglio. I perché della sconfitta:ho una vaga idea ma sinceramente non mi va di rivedere la partita, ancora non ho rivisto quella col Bayern figurati…Agricola, se mi dici che si poteva fare una scelta più furba ok. Ovviamente non è in dubbio la capacità professionale di questo signore, ma quello che ha passato. Quindi preoccupiamoci di tutti gli Agricola che non hanno avuto la fortuna di fare i conti con una procura. In quel periodo molti facevano uso di farmaci per migliorare le prestazioni sportive, ne abbiamo detto e scritto anni fa. Purtroppo si risolvono i problemi guardando dal buco della serratura in una stanza in cui c’è una rissa, per forza si ha una situazione parziale. Come ti ho detto in privato, non si vince per emulare l’Inter o il Milan o chi vi pare. Si cerca di vincere tutto per essere i migliori. Punto. E si impara dai migliori (Real) o perlomeno ci si prova. Anche perché in questi anni l’Inter (metti una squadra a caso italiana funziona lo stesso) è stata solo un apostrofo nerazzurro tra le parole t’asfalto. Stampa: e lo dici a me che non ti piace la stampa? Hai ragione, ma quello devono fare, provocare, portare alla discussione (sana), vendere….
    Ripeto, il Triplete dell’Inter è unico e irripetibile, chiunque lo farà sarà arrivato dopo. E, per inciso, questo non mi toglie il sonno

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  3. parlare col senno del poi é sempre facile
    ma una cosa voglio dirla
    dopo 10 min del primo tempo sapevo che la juve non ce l’avrebbe fatta
    era chiarissimo che Zidane aveva ben studiato sia il Barcellona che il Napoli
    ed era li che faceva correre la juve chiuso in un catenaccio solo preoccupato a rompere la caviglia di Mandzukic e chiudere Dybala con tre giocatori
    nel frattempo si notava che le linee difensive non erano compatte come normalmente la juve ha fatto durante il campionato
    Zidane si era ben preparato al Il piano di Allegri di fare nel primo tempo 2 gol e poi chiudersi
    ad oltranza
    peccato ma la juve é detentrice du un record che sarà molto difficile battere
    7 finali perse
    e lasciali dire che vinciamo solo in Italia e poco in Europa
    chi se ne frega se dicono queste cose
    é buon segno vuol dire che a loro da parecchio fastidio

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  4. Su una cosa ha chiaramente ragione Paolo, e cioè che finora Zidane è stato largamente sottovalutato come allenatore, forse dopo due Champions vinte si potrà cominciare a dire che è un signor allenatore. Ovviamente il mio sogno futuro per la panchina è lui, sarebbe l’apoteosi… sperando che stavolta la signora Veronique non si metta di traverso.

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  5. Rug se uno è realmente neutrale tale rimane. Se sotto sotto non lo è, basta una scusa qualunque per schierarsi. Per il resto certamente Zidane ha fatto il suo ma io credo che sia più un’ implosione nostra ad aver portato al disastro (perchè tale è stato) Il perchè non lo so ma è ovvio che il real aveva poco da perdere. Se tra le due squadre ce ne era una che rischiava di crollare sotto il profilo emotivo quella era la juve. Ora siamo alla psicosi da finale.

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  6. probabilmente il prossimo allenatore darà Zidane (almeno me lo auguro )
    il perché del implosione é abbastanza evidente
    quando a fine primo tempo sono rientrati Nello spogliatoio e il piano di Allegri non funzionava
    con la caviglia di Mandzukic gonfia e Dybala svuotato ed essendo giovane é andato in debito di autostima non tutto riusciva come aveva sognato dovuto alla gabbia messagli attorno da Zidane
    e il gol che ne é seguito poco dopo l’inizio del secondo tempo ha spezzato le gambe a tutti
    ed tutti i vecchi fanstasmi del passato sono riaffiorati

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