Tutto non è abbastanza

Nel recente Loro 1 un giovane calciatore di colore, evidentemente un talento del calcio mondiale, viene invitato da Berlusconi/Servillo nella sua villa in Sardegna. Il presidente milanista è pronto a convincerlo a diventare rossonero con un assegno in bianco, ma quello preferisce andare alla Juve, anche se i bianconeri lo pagheranno meno; e quando Berlusconi gli dice che al Milan potrebbe avere tutto, quello risponde che tutto non è abbastanza.

Curioso che proprio il napoletano Sorrentino abbia fotografato nel modo più nitido, anche se forse inconsapevolmente, la fame insaziabile che anima l’universo juventino. Mai stanchi di vittorie, anche quando sembrerebbe giunto il momento di passare la mano, almeno per un turno, per vedere di nascosto l’effetto che fa. Condannati sempre a vincere tutto, tranne ciò che vogliamo vincere più di ogni altra cosa. C’è chi è capace di accontentarsi di successi parziali e vittorie morali, e poi ci sono quelli per cui tutto non è abbastanza, perché il trofeo più importante è sempre il prossimo.

Tra i tanti meriti di questo interminabile ciclo juventino c’è quello di avere reso ormai del tutto insulsa e insignificante la querelle relativa al numero totale degli scudetti, che ormai solo pochi giapponesi sono rimasti a combattere da una parte e dall’altra. Io stesso nei primi anni ci tenevo al conteggio, ma ormai non mi ricordo nemmeno più con precisione a che numero siamo arrivati. I numeri sugli almanacchi servono a chi deve cullarsi sugli allori del passato, non a chi è impegnato a godere del presente. Così, mentre qualcuno litiga, quello che conta è che si è già al lavoro per aggiungerne un altro ancora, e poi un altro ancora, inesorabili come il tempo che passa.

Per l’altalena di emozioni che ha contraddistinto tutto l’anno quest’ultimo è stato il campionato più simile a quello di inizio ciclo, il primo vinto dalla Juve di Conte, nell’ormai lontano 2012. È stato un continuo alternarsi di convinzioni più o meno definitive: lo perdiamo, no lo vinciamo, invece lo perdiamo di nuovo, ma no, è vinto, ma no, ormai è perso, fino alla vittoria finale. La sconfitta in casa con la Lazio, ma poi la vittoria in casa del Napoli, e quella con la Roma, in quello che si annunciava come un ciclo terribile; e ancora la vittoria in extremis in casa della Lazio con il Napoli che perde con la Roma e si fa sorpassare, sembra fatta ma arrivano i pareggi con Spal e Crotone, e poi la sconfitta più sconvolgente, vero inedito in questi anni, in casa contro il Napoli nel tanto atteso scontro diretto. E poi, quando il titolo sembrava perso, di nuovo vinto con gli eventi più recenti.

“Non ci credo”, è stata la mia esclamazione ricorrente in questa stagione. Non credevo ai miei occhi, quando ho visto Schick fallire un gol già fatto all’ultimo minuto di Juve – Roma, poi Dybala segnare alla Lazio nello stesso minuto, e non ci credevo al ritorno col Tottenham, e non ci credevo al ritorno col Real Madrid, e ovviamente non ci credevo nel secondo tempo di Inter – Juve. Stavo già pensando a quale articolo scrivere per commentare la fine del ciclo vincente, io che da quando ho cominciato a scrivere di calcio sul web ho commentato solo scudetti bianconeri. Ho pensato davvero che avremmo perso, quest’anno. Forse non sarebbe stata nemmeno ingiusta una vittoria del Napoli, a coronamento di un ciclo comunque brillantissimo. Ma gli azzurri hanno fatto trenta senza riuscire a fare trentuno. Sono riusciti finalmente a fare bottino pieno nello scontro diretto allo Stadium, hanno festeggiato in piazza come se lo scudetto fosse già vinto, e il tifo bianconero già si immergeva nella (tanto attesa?) analisi della sconfitta; e invece in quel momento si sono smarriti proprio sul più bello. Tipico di chi è troppo abituato ad accontentarsi, ed è destinato a soccombere davanti a chi invece non è mai sazio.

Ad impressionare, infatti, tra i bianconeri, è stata proprio la fame implacabile dei singoli, che è stata il vero motore di quest’anno vincente, più del gioco di squadra, mai come quest’anno latitante, e di un sistema tattico ben organizzato; e del resto si vedeva sin dall’estate che la rosa era molto forte ma sbilanciata, con troppa abbondanza in alcuni ruoli e poche soluzioni in altri cruciali. Ma nessuno juventino ha mai dato la sensazione di volere mollare qualcosa, anche se sarebbe stato comprensibile, e nessuno avrebbe potuto seriamente criticare la squadra dopo questi anni. La fame della squadra, della società, dell’ambiente, non si è arresa nemmeno davanti all’evidenza di una stagione meno riuscita delle altre. E così questo scudetto, in qualche modo, è inatteso come il primo di questo ciclo, proprio perché mai come quest’anno sarebbe stato comprensibile, razionale, persino logico non vincere.

E invece non è arrivato ancora il momento di fermarsi e rifiatare, e forse non arriverà mai, perché se è vero che la Juve ha sempre vissuto della vittoria come “unica cosa che conta”, è anche vero che mai in nessuna epoca questa ideologia era stata vissuta in maniera così estrema. Negli anni dal 1994 al 2006 i bianconeri non avevano mai vinto più di due scudetti consecutivi. Riemersa dalla B e da una faticosa ricostruzione, la squadra sembra portarsi dentro la rabbia vendicatrice di Edmond Dantès, insieme al bisogno continuo di affermarsi, di schiacciare qualunque resistenza al proprio potere, di mettere a tacere qualunque chiacchiera e qualunque sospetto, perché come si potrebbe dubitare ancora? Tanto più, poi, nel primo campionato con il VAR; quello che, se lo si fosse perso, avrebbe spalancato le porte a pensosi editoriali su una pagina di calcio e potere chiusa per sempre, a chiacchiere da bar e da social sul campionato finalmente regolare, e così via. E invece niente, sarà per la prossima volta. Forse.

Tra qualche mese si ricomincia, e questi sette anni non conteranno più nulla; sarà ricerca ossessiva dell’ottavo consecutivo, perché neanche quanto fatto dal 2012 a oggi è abbastanza. E sarà ancora, ovviamente, tentativo di placare finalmente la maledetta ossessione, realizzando forse l’unico evento capace di sbloccare l’incantesimo e riconsegnare (finalmente?) la Juve a un piano di normalità calcistica, in cui qualche volta si vince e qualche volta si perde. È con questa prospettiva che si guarda, implacabili, alla prossima stagione, con la curiosità di vedere in che modo tutto nuovo e imprevedibile succederà ancora quello che tutti ci aspettiamo. Non ci stanchiamo mai.

scudettoitaliano

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3 pensieri riguardo “Tutto non è abbastanza

  1. Questo Scudetto è merito della testardaggine della squadra, soprattutto della cattiveria e professionalità dei più anziani.Ed è, se mai ce ne fosse bisogno, lo Scudetto di Allegri: nessuno legge le partite come lui, nessuno è in grado di cambiare e crescere insieme alla squadra come lui. Quattro anni fa mai e poi mai avrei pensato una cosa del genere. Condivido pienamente il saliscendi di emozioni e di fiducia: al minuto 85 di Inter-Juventus ho spento, poco dopo ho sentito il boato (veramente) dallo Juve Club qui a 50 metri. Poi un altro. A quel punto era fatta. Chissà quando ci renderemo conto della grandezza di questo ciclo…

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  2. Addirittura spento! Io ero immobilizzato sulla sedia davanti alla tv, a pensare a cosa avrei scritto per la fine del ciclo vincente. Vabbè, mi appunto le idee, capiterà di usarle 😀

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