Il caso Chievo e il doping amministrativo

Questa estate 2018 non la ricorderemo soltanto per il Mondiale in Russia senza l’Italia, o per l’imprevedibile arrivo di CR7 in bianconero, ma anche perché, per la prima volta dal 2006, società di serie A sono tornate a rischiare la retrocessione in B a causa di problemi con la giustizia sportiva. Anche se alla fine, alla luce delle sentenze di questi giorni, tale possibilità è tramontata, è inevitabile, visti gli interessi di questo blog, proporre un approfondimento.

I casi che coinvolgono Parma e Chievo sono estremamente diversi tra loro. Quella di gran lunga più interessante è la vicenda relativa al Chievo, che ha riportato al centro dell’attenzione un tema che ha dominato le polemiche calcistiche nel primo decennio del ventunesimo secolo, anche se è poi passato in secondo piano al momento dello scoppio di Calciopoli, ed è rimasto un tema con cui il nostro calcio non ha mai fatto seriamente i conti: il cosiddetto “doping amministrativo”.

Nel calcio italiano si comincia a parlare di doping amministrativo nell’ottobre 2002. La Lega calcio, infatti, è costretta ad occuparsi di alcuni club (la Lazio in primis) accusati di inadempienza contrattuale, ossia del ritardo nei pagamenti di somme dovute per affari di calciomercato. Questo costituisce un vantaggio indebito assimilabile a quello ottenuto a livello fisico tramite il doping: alcune società formano rose più forti di quelle che potrebbero permettersi se fossero in regola con i bilanci e con tutti i pagamenti.

Il tema diventa di estrema rilevanza nel dibattito calcistico un anno dopo, nell’ottobre 2003, quando uno dei dirigenti delle società più importanti d’Italia, l’ad juventino Antonio Giraudo, sceglie di fare di questo tema un proprio cavallo di battaglia, per controbattere tra l’altro alle accuse rivolte alla Juventus a proposito del doping “medico”.

download
Antonio Giraudo

“Chi non paga le tasse o gli stipendi per comprare giocatori fa concorrenza sleale, è questo il vero problema del calcio italiano” afferma l’ad juventino, e l’obiettivo polemico è principalmente il patron romanista Franco Sensi, grande nemico dei bianconeri sul campo, e non solo, in quegli anni. Giraudo era forte di un bilancio juventino da sette anni in attivo, e polemizzava con il presidente federale Carraro, che, estremamente prudente, sosteneva non fosse compito della FIGC occuparsi dei bilanci del club.

In questa battaglia Giraudo trova un alleato che a noi può apparire sorprendente, se pensiamo che qualche anno più tardi è stato acerrimo nemico della triade juventina: si tratta del patron bolognese Giuseppe Gazzoni Frascara, che a partire dalla stagione 2003 – 2004 fa della lotta al “doping amministrativo” un vero tormentone, sollecitando l’attenzione sia della magistratura ordinaria che di quella sportiva.

Innumerevoli sono state, in effetti, le inchieste penali sorte sul tema in quegli anni, dapprima presso la procura di Roma, che dispone perquisizioni a tappeto nelle sedi di club di serie A e B a febbraio 2004, successivamente per competenza territoriale praticamente in tutte le città che avevano una squadra in serie A o B. I risultati sono stati in genere scarsamente significativi, anche perché il governo Berlusconi è intervenuto già nel 2002 con il d. l. 61 a depenalizzare in sostanza la maggior parte delle situazioni di falso in bilancio. Non è stato l’unico regalo di quel governo ai club calcistici più indebitati. Nello stesso anno 2002, infatti, il governo approva anche il d. l. 282, noto come “decreto salva-calcio”, che permette di «spalmare» contabilmente su 10 anni (invece che su un numero di anni pari alla durata del contratto del calciatore) il prezzo del cartellino dei calciatori acquistati. Secondo quanto riporta Wikipedia tutte le società di A tranne Juventus e Sampdoria usufruiscono del provvedimento.

Difficile anche seguire l’evoluzione precisa di tutte le inchieste penali che si sviluppano in quegli anni. Più interessante, forse, soffermarsi su alcuni casi specifici particolarmente degni di attenzione, con sguardo da storico su vicende ormai lontane nel tempo.

Le plusvalenze di Inter e Milan

Andrea_Pirlo_Milan_2004_Getty_Images
Andrea Pirlo con la maglia del Milan

Il caso più celebre e chiacchierato di plusvalenze “gonfiate” è quello che ha visto protagoniste le due milanesi, che tra il 2000 e il 2004 si sono scambiate non solo giocatori affermati ma anche carneadi mai giunti alla ribalta calcistica. Nell’estate 2001 Pirlo passa dall’Inter al Milan in cambio di 35 miliardi più il cartellino di Drazen Brncic, croato con passaporto belga ormai alle soglie dei 30 anni che vanta la migliore stagione della sua carriera in serie B, al Monza, nel campionato 1999-2000. Della stessa estate è anche lo scambio tra Brocchi e Guglielminpietro. L’anno dopo, estate 2002, è tempo di altri scambi: Francesco Coco e Umit Davala passano dal Milan all’Inter, mentre Simic e soprattutto Clarence Seedorf fanno il percorso inverso.

Ma i casi più clamorosi e controversi, che fanno somigliare sinistramente questa vicenda a quella attuale che coinvolge Chievo e Cesena, sono quelli di calciatori minori, sconosciuti alle cronache e agli stessi appassionati, e a proposito dei quali è difficile anche rintracciare informazioni sul web: Brunelli, Varaldi, Ferraro, Deinite, Toma, Giordano, Livi, Ticli.

Marco Varaldi e Simone Brunelli erano due giovani portieri: nel 2003 il primo passa dall’Inter al Milan mentre il secondo fa il percorso inverso, entrambi con una valutazione intorno ai 3 milioni di euro. Varaldi ha trascorso tutta la carriera in squadre di serie C (Legnano, Biellese, SPAL, Lecco, Vigor Lamezia), ritirandosi alla fine della stagione 2008-2009, ma la situazione più scottante è quella di Brunelli. Il giovane portiere, infatti, sostiene di essersi ritrovato all’Inter a sua insaputa: gli furono presentate le copie di un contratto in cui c’era la sua firma, falsificata. Inoltre Brunelli accusa l’Inter di non avere adeguatamente seguito le sue cure in seguito all’infortunio alla spalla che ha determinato la fine prematura della sua carriera. Varaldi dirà anni più tardi alla Gazzetta: “Siamo stati penalizzati come persone e come calciatori. Non possiamo essere acquistati da altre società perché il nostro valore è spropositato. Da qualcuno forse siamo anche visti come giocatori inseriti in una certa manovra e, quindi, da evitare. A me è capitato di essere insultato così dai tifosi avversari: Sei una plusvalenza”.

È proprio la denuncia di Simone Brunelli a suscitare l’interesse sia della magistratura ordinaria che di quella sportiva. L’inchiesta della procura di Milano, guidata dal pm Carlo Nocerino, coinvolge Adriano Galliani, vicepresidente rossonero, il patron interista Massimo Moratti, Rinaldo Ghelfi e Mauro Gambaro, manager nerazzurri.

Il 24 settembre 2007 arrivano le richieste di rinvio a giudizio. Secondo il pm Inter e Milan «hanno evitato di rappresentare alla Figc l’esatta situazione patrimoniale ai fini delle verifiche propedeutiche all’ammissione ai campionati 2004-2005 e 2005-2006». Secondo la ricostruzione del pm, basata sulle verifiche effettuate dal Nucleo di Polizia tributaria di Milano, Inter e Milan non sarebbero state in regola per l’iscrizione al campionato 2005-2006, proprio quello che a seguito del processo Calciopoli sarà assegnato all’Inter.

I due club, tuttavia, sono prosciolti dal giudice per l’udienza preliminare Paola Di Lorenzo a gennaio 2008, perché le plusvalenze “gonfiate” non sono considerabili un reato. Secondo il gup infatti “il fatto non costituisce reato” proprio in base alla nuova legge berlusconiana sul falso in bilancio, che prevede il dolo specifico, che in questo caso non è stato riscontrato, anche perché le due società, a differenza di Roma, Lazio e Juve, non sono quotate in borsa.

Estremamente intricata è la storia delle inchieste sportive sulla vicenda. A dare il via alle operazioni, a seguito delle denunce del giovane portiere Brunelli di cui abbiamo già parlato, è infatti nel 2005 il generale Italo Pappa, capo della procura FIGC. Pappa però si dimette il 19 maggio 2006 a seguito dello scandalo Calciopoli. L’estate 2006 è dedicata ai processi sul nuovo scandalo e non c’è tempo per il resto: evidentemente per il caso bilanci non c’è nessuna fretta, non c’è l’UEFA che pretende elenchi di squadre per le coppe, non c’è la necessità impellente di evitare il blocco dei campionati. Anzi, il commissario FIGC Guido Rossi assegna lo scudetto 2006 proprio all’Inter senza ravvisare nessun problema di ragionevolezza e di etica sportiva. La procura di Francesco Saverio Borrelli elabora comunque ad agosto 2006 il dossier relativo alla vicenda, passandolo al procuratore Palazzi, che a gennaio 2007 annuncia i primi deferimenti, relativi però soltanto al caso Brunelli: la firma falsificata e le mancate cure al giovane portiere. Prosegue invece l’inchiesta più generale sui bilanci e le plusvalenze, anche in attesa di novità dall’inchiesta penale.

Il 4 febbraio 2008, infine, Milan e Inter sono deferite dal procuratore FIGC Stefano Palazzi per avere iscritto a bilancio (nel 2003 e 2004) una «abnorme e strumentale valutazione» di alcuni calciatori. La giustizia sportiva sa fare le cose con serena e placida lentezza, quando vuole: Inter e Milan possono essere perciò giudicate a livello sportivo quando si è già concluso con il proscioglimento l’iter della giustizia penale. Palazzi invoca la violazione degli articoli 1, comma 1 (violazione dei principi di lealtà, probità e correttezza per la condotta di abnorme e strumentale valutazione dei diritti alle prestazioni sportive di calciatori) e 8, comma 1 (contabilizzazione nel bilancio chiuso al 30 giugno 2003 delle plusvalenze derivanti dalla stipula dei contratti di cessione con corrispettivi di gran lunga superiori a quelli realmente attribuibili) a carico di Adriano Galliani, Gabriele Oriali, Massimo Moretti (da non confondere con Moratti, che non è chiamato in causa perché non firma i bilanci incriminati del 2003 e del 2004), Rinaldo Ghelfi, Mauro Gambaro e delle società Inter e Milan (per responsabilità diretta). Non viene contestata l’accusa più pesante, quella di avere tentato di iscriversi al campionato in modo fraudolento (art. 8 comma 4).

All’inizio del dibattimento tutti gli accusati propongono istanza di applicazione di sanzione ai sensi di quanto previsto dall’art. 23 CGS. Si tratta dell’articolo che permette agli accusati di mettersi d’accordo con la procura federale sulla base dell’applicazione di una sanzione ridotta; in sostanza una sorta di patteggiamento che permette di chiudere senza troppi danni la vicenda. Milan e Inter dunque concordano con la giustizia sportiva il pagamento di un’ammenda di 90000 euro a testa, ammende di dimensioni ridotte sono pagate da tutti gli accusati, e la vicenda finisce lì.

Dei calciatori – plusvalenze, intanto, si perdono le tracce e la memoria. Per Simone Brunelli, il primo accusatore, c’è un’ulteriore beffa: la giustizia sportiva lo squalifica per due mesi perché, rivolgendosi anche alla magistratura ordinaria, ha violato la clausola compromissoria.

Il processo alla Juventus

Vi starete chiedendo: e allora la Juve? Ovviamente anche la Juventus della Triade è stata inquisita e processata per questioni legate al doping amministrativo, ma solo dalla giustizia ordinaria, malgrado, come abbiamo detto, inizialmente sia stato proprio l’ad bianconero Giraudo a cavalcare il tema in chiave polemica contro le avversarie milanesi e soprattutto romane.

Anche la Juve, naturalmente, si è resa protagonista in quegli anni di supervalutazioni di calciatori nel corso di scambi di mercato. Giusto per fare un esempio, si è ricordato ultimamente l’acquisto di Buffon nel 2002 per la valutazione record di 105 miliardi, che in realtà furono 75 più il cartellino di Bachini valutato ben 30 miliardi.

Così, quando la procura di Roma, che si è attivata nel 2004 su sollecitazione di Gazzoni, trasmette gli atti alle procure competenti, anche quella di Torino si mette al lavoro, con l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Bruno Tinti. Anche in questo caso si contesta la valutazione eccessiva attribuita a calciatori sconosciuti, tra i quali Carini, D’Amato, Cingolani e Beretta ceduti proprio alle due milanesi di cui abbiamo parlato poco fa.

La società Juventus finisce sul banco degli imputati nell’udienza preliminare del 15 dicembre 2008, quando ormai la dirigenza è mutata a seguito di Calciopoli, insieme alla vecchia Triade Moggi, Giraudo e Bettega.

bettega_moggi_giraudo_juventus_triade_ap
Bettega, Moggi e Giraudo

In questo caso, diversamente rispetto a quanto accaduto a Milano, il processo si fa; la Juve è quotata in borsa, a differenza delle milanesi prosciolte poco meno di un anno prima, ed è vincolata da norme più stringenti. Il processo si svolge con rito abbreviato, e alla fine il 25 novembre 2009 arriva l’assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Curiosità: la nuova Juve tramite l’avvocato Zaccone sin dall’udienza preliminare, dando probabilmente per scontata una condanna, aveva comunicato l’intenzione di patteggiare pagando un’ammenda di 70000 euro; proposta infine respinta dal gup che si è pronunciato per l’assoluzione.

Non mi risulta che ci sia stato un processo sportivo per gli stessi fatti oggetto di questo procedimento penale.

Il caso Preziosi

Una complessa vicenda legata ancora una volta a bilanci e valori di giocatori acquistati e ceduti è all’origine del deferimento dell’attuale patron del Genoa Enrico Preziosi il 24 novembre 2006, con l’accusa di avere violato l’art. 1 comma 1 del CGS. Il Genoa viene chiamato in causa per responsabilità diretta. Secondo l’accusa Preziosi, oltre che patron del Genoa, era stato amministratore “di fatto” anche del Como, fino al fallimento di quest’ultima società il 22 dicembre 2004. A Preziosi vengono contestati episodi di distrazione di fondi realizzati tra il luglio del 2003 e l’agosto del 2004 attraverso operazioni di compravendita di calciatori, ai danni del Como ed a beneficio del Genoa. Non si tratta, dunque, qui, di due società che si scambiano il favore di una succosa plusvalenza da mettere a bilancio, ma di una società che “svuota” letteralmente l’altra, prendendosi i suoi giocatori a prezzi stracciati e realizzando così a sue spese favolose plusvalenze.

preziosi
Enrico Preziosi

L’11 giugno 2007 la Commissione Disciplinare infligge a Enrico Preziosi la sanzione dell’inibizione per un periodo di cinque anni, con proposta al Presidente Federale di preclusione alla permanenza in qualsiasi rango o categoria FIGC (ossia radiazione), mentre al Genoa veniva inflitta l’ammenda di 150000 euro. Questa sentenza viene tuttavia annullata dalla Corte di Giustizia Federale, che rimanda la questione nuovamente alla Disciplinare. La nuova sentenza è del 15 maggio 2008: Preziosi si vede confermata l’inibizione di cinque anni, ma senza più proposta di radiazione, mentre l’ammenda per il Genoa, grazie alla prescrizione di alcuni episodi, scende a 50000 euro.

Altri casi davanti alla giustizia sportiva

Milan e Inter non sono le uniche società chiamate a rispondere di plusvalenze gonfiate davanti alla giustizia sportiva. Ci sono stati, negli anni, diversi altri casi, sempre conclusi con l’applicazione di quanto previsto daIl’art. 23 CGS, dunque col patteggiamento.

Il 12 giugno 2008 tocca alla Sampdoria, che paga un’ammenda di 36000 euro mentre il patron Garrone e dell’ad Marotta pagano ammende di importo inferiore. Una settimana dopo, il 18 giugno, è il turno di Genoa, Udinese e Reggina. Le tre società pagano un’ammenda di notevoli proporzioni, 400000 euro ciascuna, mentre il patteggiamento dei dirigenti prevede anche pochi mesi di inibizione. Ancora, nel 2016 l’Inter ci è ricascata, e ha patteggiato nuovamente un’ammenda di 90000 euro per plusvalenze fittizie. Del patteggiamento dello stesso Chievo coinvolto oggi nello scandalo ha già riferito di recente Pippo Russo su calciomercato.com. Anche il Cesena, l’altra squadra coinvolta nello scandalo odierno, che non andrà a giudizio perché nel frattempo fallita, ha alle spalle un patteggiamento per faccende analoghe: è datato 8 novembre 2016, e ha previsto il pagamento di un’ammenda di 80000 euro, mentre nella stessa circostanza il Novara se l’è cavata con “appena” 20000 euro.

La domanda sorge dunque adesso inevitabile. Se in tutta la storia recente del calcio italiano le società coinvolte in vicende legate a falso in bilancio e plusvalenze fittizie o gonfiate se la sono sempre cavata con patteggiamenti e ammende in denaro, come mai adesso è stata prospettata per il Chievo la clamorosa possibilità della retrocessione in B?

La spiegazione dal punto di vista giuridico sta nel fatto che al Chievo, diversamente rispetto a tutte le altre squadre sin qui menzionate, non è stata contestata solo la violazione dell’art. 8 commi 1 e 2 CGS, ma anche quella del comma 4, che riguarda l’iscrizione fraudolenta al campionato. Una violazione che non è mai stata contestata a nessuno, nemmeno quando, nel caso dell’Inter e del Milan, una perizia (di parte) della procura sosteneva effettivamente che le due squadre non avrebbero avuto i requisiti per l’iscrizione ai campionati 2004 e 2005.

La pena richiesta contro il Chievo significa che il calcio italiano vuole intraprendere una nuova via, giustamente rigida, contro le violazioni di bilancio, cancellando un passato di tolleranza? Oppure si è trattato di una scelta estemporanea della procura?

La risposta arrivata questa mattina (qui il dispositivo completo), con la dichiarazione di improcedibilità nei confronti del Chievo per una questione procedurale, non ci permette di chiarire i nostri dubbi. Del resto, la sanzione di 15 punti di penalizzazione nei confronti del Cesena, l’altra squadra implicata (da scontare però nel prossimo campionato; e così sarebbe stato verosimilmente anche per il Chievo, senza retrocessione in B), lascia intendere l’intenzione di avere una mano più pesante nei confronti delle società rispetto al passato. Sarà così anche in futuro? Non ci resta che aspettare.

 

Annunci

8 pensieri riguardo “Il caso Chievo e il doping amministrativo

  1. Grazie Francesco del tuo articolo a dir poco completo e dettagliato. La vicenda Chievo aveva anche delle questioni di valutazioni del bilancio da approfondire come lamentava la stessa società clivense. Quest’ultima sosteneva in un comunicato che la Procura Federale aveva completamente sbagliato i calcoli e non aveva tenuto conto che le presunte plusvalenze fittizie non avevano in realtà aumentato a bilancio il patrimonio economico della società e quindi conseguentemente non si potevano considerare plusvalenze fittizie.

    Mi piace

  2. Il problema, secondo me, è che si tratta di una materia opinabile. Nel senso che il fatto che si tratti comunque in generale di plusvalenze maggiorate è ovvio (si tratta di ragazzi che giocano al massimo in C o in D valutati qualche milione di euro) ma poi il problema diventa: di quanto esattamente sono maggiorate? E quale sarebbe stato esattamente il valore “giusto”? Perché poi il tema è che se vuoi dire che quella squadra si è iscritta in modo fraudolento al campionato devi parlare di numeri esatti. Per questo secondo me è una questione scivolosa.
    Comunque il Cesena che è l’altra squadra implicata ha avuto la penalizzazione di 15 punti, quindi di conseguenza dobbiamo dedurre che questa penalizzazione senza il vizio di forma l’avrebbe avuto anche il Chievo, però sul campionato prossimo, quindi senza intaccare la salvezza ottenuta nel precedente e senza retrocessione in B. Comunque sia 15 punti sul prossimo campionato è una pena molto pesante, quindi mi sembra che ci sia una mano più dura che in passato su questi casi. Succederà anche in caso di coinvolgimento di qualche big?

    Mi piace

  3. La materia è opinabile perché la valutazione è già di per se un discorso soggettivo per cui qualunque giocatore, compreso CR7 o Pogba giusto per fare due nomi non proprio a caso, può essere considerato volutamente sopravvalutato oppure no. La mia impressione, leggendo l’articolo, è che il problema è che in questa maniera non si permette a certi giovani italiani di crescere perché hanno le ali tarpate da queste valutazioni fittizie che hanno come unico scopo il tappare buchi in bilancio e che non gli permettono di essere ceduti o meglio acquistati da piccole società di serie B o C che sarebbero capaci di farle crescere

    Mi piace

  4. Hai ragione. Diciamolo meglio: dietro questi giocatori non c’è un progetto sportivo di crescita da parte delle società che li detengono, e vengono esclusivamente sfruttati a fini economici per poi essere scaricati in prestiti continui in squadre minori di C o di D addirittura. In alcuni casi estremi come quelli di Brunelli nemmeno li si avvisa della compravendita, di cui vengono a sapere a cose fatte. È uno dei lati oscuri del calcio dal punto di vista etico. Dal punto di vista giuridico, invece, la questione è: qual è il limite dell’illecito? Si può sopravvalutare ma entro certi limiti? Molti commenti che ho letto sul Chievo dicono proprio questo: ha fatto una cosa che più o meno fanno tutti, ma l’ha fatta su larghissima scala e con un sacco di giocatori su più anni.

    Piace a 1 persona

  5. A parte il divertente binomio Zaccone – patteggiamento che si ripresenta anche nel processo di Torino (ma questa volta con esito negativo) mi sembra comunque che Pecoraro, nonostante negligenza e superficialità (che tra l’altro aveva già dimostrato in questi anni da procuratore federale), abbia deciso di presentare appello o comunque di ricominciare l’indagine da zero; quindi la vicenda non dovrebbe finire così, no?

    Mi piace

  6. Dal punto di vista penale non c’è illecito possibile nella valutazione, spetterebbe al procuratore battersi per evitare che ciò succeda (bisogna vedere se ne hanno uno e di quali capacità e soprattutto bisognerebbe vedere se questo non faccia poi il gioco della controparte e questo potrebbe essere reato ma neanche lo è. Il reato di infedele patrocinio vale solo di fronte all’autorità giudiziaria e non di fronte alla controparte nella stipulazione di un contratto). L’unico reato è la firma falsa di Brunelli nel contratto di cessione all’Inter, è un reato a querela di parte e lui doveva rivolgersi esclusivamente alla magistratura sportiva e non a quella ordinaria. Al danno la beffa.

    Mi piace

  7. Bisogna vedere, Rug, il reato di falso in bilancio è stato cambiato diverse volte, la modifica fatta da Berlusconi nel 2002 ha probabilmente salvato molte società di calcio, oltre che lui stesso, ma il reato è stato di nuovo modificato dal governo Renzi nel 2015, credo con l’obiettivo di tornare a com’era prima.

    Mi piace

  8. Non credo sia poi così complicato dimostrare l’uso di plusvalenze fittizie, essendo un favore reciproco già si raddoppiano le possibilità di controllo, basterebbe poi incrociare i dati con l’ingaggio del giocatore e avremmo un altro indizio. Non si dovrebbe nemmeno dimostrare l’impossibilità d’iscrizione al campionato. Se dimostro l’uso di plusvalenze ti condanno perché secondo me lo fai per quello scopo e sei tu che devi dimostrami che lo scopo è un altro…e quello sì che è impresa non da ridere. Non vedo alcuna differenza tecnica tra doping e doping nei bilanci (se non per il fatto che col doping si rischia anche la salute fisica …ma anche rovinare la carriera a qualcuno per usarlo come plusvalenza potrebbe nuocere alla salute dell’interessato, salute psichica più che altro)

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...