Calcio e violenza: il modello inglese è la risposta?

Sono passate alcune settimane dai fatti di Milano che hanno riportato alla luce temi come violenza e razzismo ed è un buon momento per fare qualche riflessione. L’indignazione iniziale ha lasciato il posto a qualche considerazione più pratica e alle indagini per quanto riguarda gli scontri prima della partita tra Inter e Napoli che hanno portato alla morte del tifoso interista. Da una parte i buu razzisti a Koulibaly, dall’altra il mondo violento degli ultras, uniti da un’unica risposta: è l’ora di dire basta. Su questo è bene essere chiari: fermare le partite, proporre iniziative simboliche o far disputare gare a porte chiuse non serve a niente. Anzi certe sanzioni contribuiscono ad ingrandire il problema, essendo di fatto uno strumento di ricatto in mano a certe frange del tifo. Le società di calcio, ostaggio della responsabilità oggettiva, si barcamenano nel tentativo di mantenere la legalità e non subire troppe sanzioni per cori e comportamenti beceri dei propri sostenitori. Tanto più che gli scontri fuori San Siro non hanno niente a che vedere con la partita. “Uno scontro premeditato” secondo il GIP Guido Salvini che aggiunge “….un’azione di stile militare, preordinata e avvenuta a distanza dallo Stadio Meazza tendendo un agguato ai tifosi della squadra opposta. In questo senso quanto avvenuto è espressione tra le più brutali di una sottocultura sportiva di banda che richiama piuttosto, per la tecnica usata, uno scontro tra opposte fazioni politiche.” Questo fa capire che il calcio era solo il pretesto e che lo stadio è il luogo di ritrovo di delinquenti e affini. Ovviamente non ne facciamo una questione di bandiere: la sottocultura di cui parla il GIP è purtroppo molto diffusa. Che fare dunque? Tutto ciò è avvenuto nel giorno del “boxing day”, quel 26 dicembre che nella tradizione anglosassone porta famiglie e bambini alle stadio. E’ palese che siamo ben lontani dal cosiddetto modello inglese di cui si parla ogni volta che si ha a che fare con la violenza negli (o attorno agli) stadi. Ma come ha potuto il Regno Unito drasticamente ridurre se non debellare del tutto il problema degli hooligans?

IL MODELLO INGLESE: PRIMI PASSI

Bisogna fare un salto indietro nel tempo fino agli anni ‘80. In particolare al 1985, anno della tragica finale dell’Heysel e della scomparsa di 39 persone prima della partita tra Juventus e Liverpool. A seguito della tragedia le squadre inglesi, i cui tifosi già non godevano di una nomea particolarmente rassicurante, furono ritirate dalle Coppe Europee ed il governo di Margaret Thatcher prese i primi provvedimenti. Repressione fu la parola d’ordine: nello stesso ‘85 fu drasticamente limitata la consumazione e la vendita di bevande alcoliche all’interno di impianti sportivi e sui mezzi di trasporto dei tifosi verso gli impianti sportivi; l’anno successivo fu introdotta la possibilità per la magistratura di interdire l’accesso agli eventi sportivi ai tifosi “violenti” e fu istituito per questi l’obbligo di firma nei posti di polizia in contemporanea con tali eventi. Quello inglese è comunque un lungo processo normativo tarato anno dopo anno con l’esperienza diretta. Ma già dal già citato ‘85 era sanzionabile come reato il tentativo di entrare allo stadio ubriachi o in possesso di sostanze alcoliche e di “artifici pirotecnici” (fumogeni e petardi). Nell’anno successivo con il Public Order Act venne alla luce una nuova fattispecie di reato, la turbativa della quiete pubblica, con l’evidente intento di bloccare la violenza prima che questa giungesse ad effettiva realizzazione. Divennero punibili non solo i comportamenti violenti ma anche “…threatening, abusive or insulting words” e “…any writing, sign or visible representation which is threatening, abusive or insulting…” In sostanza non solo i comportamenti “minacciosi” ma anche cori, minacce verbali, striscioni, volantini e qualsiasi forma scritta potesse essere considerata minacciosa (threatening), offensiva (abusive) o ingiuriosa (insulting). E’ invece del 1989 il provvedimento (Football Spectators Act) che consente al giudice di interdire ai violenti la partecipazione ad eventi sportivi anche al di fuori del territorio nazionale. Ad oggi questa incombenza è del Football Banning Orders Authority, ed il meccanismo è il seguente: il Tribunale (Court) ordina il “Restriction Order” e l’FBOA notifica i provvedimenti alle persone interessate comunicando in quale stazione di polizia e in quali orari esse devono presentarsi e controlla che tutto avvenga secondo le disposizioni del Court. Altro decisivo passo avanti nel ‘91, quando nascono nuove fattispecie di reato: il lancio di oggetti verso il campo o verso altri settori dello stadio; l’invasione di campo; il prendere parte a cori ingiuriosi o razzisti. Addirittura la legge del ‘91 è emendata dal Football Offences and Disorder Act del ‘99 che considera punibile anche il singolo spettatore che urli frasi ingiuriose o razziste. Nella stessa legge del ‘99 è presente la definizione del lasso temporale perché un reato venga considerato come “Football Related Offence”(reato connesso ad un incontro di calcio) ovvero da 24 ore prima fino a 24 ore dopo l’evento. Altra spinta riformatrice arriva dagli Europei del 2000 (Olanda e Belgio) in cui i tifosi inglesi si resero protagonisti di incidenti. E’ qui che viene abolita la distinzione tra ordini di esclusione per stadi nazionali (inglesi) ed internazionali e diventa obbligatoria la consegna del passaporto da parte dell’interessato che prima era richiesta facoltativa del Tribunale. In generale, il Football Disorder Act del 2000 stringe il cappio intorno ai reati commessi in relazione a partite di calcio, allungando fino ad un massimo di 10 anni la durata dell’ Exclusion Order. Il Parlamento inglese è attivo ogni anno nella revisione e modifica del complesso pacchetto di leggi che delimitano i comportamenti offensivi correlati ad eventi sportivi ma la sola fase repressiva si è dimostrata insufficiente. A seguito dei fatti dell’Heysel la paura degli hooligans pervase un po’ tutti gli ambienti e i tifosi d’improvviso vennero considerati tutti criminali e rinchiusi in settori angusti degli stadi, per separarli dagli spettatori “per bene”. Stadi che per la maggioranza erano di vecchia concezione, vennero abbrutiti con barriere di metallo o recinzioni per impedire lo scavalcamento e l’invasione di altri settori. Gli effetti di queste misure ebbero la conseguenza di inasprire anche i rapporti tra i tifosi non-hooligan e la polizia e di allontanare definitivamente le famiglie dagli stadi. Come troppo spesso accade, fu una tragedia a decretare il fallimento del modello repressivo: Hillsborough.

IL MODELLO INGLESE: REVISIONE

Qui, nel 1989 prima di una partita tra Liverpool e Nottingham Forest, 96 persone persero la vita calpestate dalla folla o schiacciate sulle recinzioni da tifosi che cercavano di entrare allo stadio e che non si rendevano conto di quanto stesse accadendo. Nessuno scontro, nessun tafferuglio. Se da una parte a questa tragedia hanno contribuito molti fattori (inefficienza della polizia, errori organizzativi e difficoltà logistiche) fu chiaro che l’Inghilterra e il calcio inglese avevano bisogno di qualcosa di diverso. Furono eliminate subito le barriere, ridotte le capacità degli stadi (soprattutto le curve), rivisitati tutti i certificati attestanti la sicurezza e creati nuovi posti di pronto soccorso. Fu analizzato ogni singolo aspetto: dal comportamento dei giocatori agli stadi fatiscenti, dal comportamento degli organi d’informazione alla segregazione dei tifosi nei settori speciali. Ne uscì uno studio che prevedeva stadi con posti esclusivamente a sedere che portò le società di calcio ad ammodernare l’esistente o a costruire un nuovo stadio. Il Governo fece la sua parte garantendo aiuto finanziario attraverso il Football Trust, visto che gli stadi erano di proprietà delle squadre e non delle amministrazioni comunali. Gli anni ’90 hanno determinato la nascita del modello inglese con stadi in cui non esistono più le curve in senso stretto, lo spettacolo è visibile e godibile da ogni settore. L’aumento dei prezzi dei biglietti è stata conseguenza diretta ed ha contribuito all’allontanamento delle frange più violente oltre ad innalzare sensibilmente l’età media dello spettatore tipico del match di Premiership.

IL MODELLO INGLESE OGGI

Una premessa è d’obbligo: nessun governo ha la bacchetta magica, nessuna misura per quanto azzeccata, è in grado di far sparire completamente la violenza. Questa si è in parte spostata nelle strade e nei pub, luogo di ritrovo di molti tifosi. Le complesse dinamiche economico-sociali hanno portato, in anni più vicini ai nostri, ad un ritorno di focolai di tifo violento con episodi che si sono verificati quasi sempre al di fuori degli impianti sportivi. La crisi economica che ha colpito l’economia mondiale qualche anno fa ha portato ulteriore tensione e, complice la disoccupazione giovanile, ha creato terreno fertile nei sobborghi delle città. Qui tra degrado, delinquenza e alcol hanno ripreso quota le cosiddette “firm“, gruppi di tifosi guidati da uno o più leaders, che si rendono protagonisti di risse o incidenti con tifosi avversari e polizia. Si tratta di un fenomeno legato in maniera diretta al disagio sociale più che al calcio ma che nel calcio (non necessariamente di Premiership, anzi…) trova il suo sfogo naturale. Ecco che quindi negli ultimi anni anche in Inghilterra si assiste a qualche intemperanza soprattutto intorno agli stadi. Il campionario è sempre lo stesso: lanci di oggetti ai pullman avversari, qualche rissa con gli steward (che non sempre sono formati a dovere), scontri tra tifosi di opposte fazioni prima o dopo le gare. Ad esempio è dello scorso aprile l’assalto dei tifosi del Liverpool al pullman del City di Guardiola prima dell’incontro di Champions League. Per questo fatto che non ha causato feriti nemmeno lievi ma rimane di una gravità estrema, ad oggi non risultano arresti o persone interdette dai match dei Reds: la sicurezza è stata evidentemente presa di sorpresa ed in strada non si hanno a disposizione le telecamere che vengono usate negli stadi in caso di comportamenti violenti.

CASA NOSTRA

Il cosiddetto modello inglese è difficilmente esportabile ammesso che sia adattabile alla realtà di casa nostra. Ciò che maggiormente ci rende diversi dall’Inghilterra è la caratterizzazione delle “curve”: spesso sono fortemente politicizzate e con infiltrazioni malavitose. Le linee guida della rinascita degli anni ’90 però sono più che valide: stadi nuovi e polifunzionali completamente gestiti dalle società sportive e rispondenti ai caratteri inglesi (posti tutti a sedere); gestione della sicurezza da parte della squadra di casa lasciando alle forze dell’ordine il controllo al di fuori dello stadio; immediatezza ed efficacia del sistema giudiziario. La questione ammodernamento degli impianti non necessita di commenti: non abbiamo nemmeno cominciato, gli esempi in senso opposto sono troppo pochi. Ed era il punto più importante evidenziato a seguito di Hillsborough. Invece è vero che gli steward delle società sorvegliano già da qualche tempo gli spettatori (le forze dell’ordine sono sempre presenti ma in borghese) ma anche qui c’è voluta una vittima,  l’ispettore Raciti, per decidere di togliere i contingenti di Polizia dagli stadi. Il sistema giudiziario infine, lento e inefficace, ha creato il mito dell’impunità all’interno dello stadio. In questo senso qualcosa è stato fatto: la disciplina di riferimento, la famosa legge 401 del 1989, è stata più volte modificata, resa più aderente alle necessità e ai tempi. Sono stati introdotti anche nel nostro sistema i reati di invasione di campo, lancio di oggetti pericolosi e possesso di artifici pirotecnici. E’ stato esteso a 48h dopo l’evento il limite temporale per la “flagranza differita“, cioè la possibilità di arresto per fatti di violenza compiuti all’interno degli stadi, che ha agevolato il compito delle forze dell’ordine; si è concesso ai Prefetti la possibilità di cambiare i calendari, spostando l’orario delle partite, oltre alla possibilità a mio avviso poco utile, della chiusura degli stadi in casi particolarmente gravi. Lo stesso Daspo, acronimo di Divieto di accesso alle competizioni sportive, che è nato nel 1989, è stato più volte rivisto dalle varie legislazioni fino a raggiungere oggi il livello minimo di 8 anni in caso di recidiva. Inoltre i soggetti destinatari di più Daspo vengono sottoposti anche a sorveglianza speciale, regime di solito riservato a chi è accusato di reati di mafia. Di pochi giorni fa la riunione dell’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive (ONMS), alla quale ha partecipato anche il Ministro dell’Interno Salvini. Ma cos’è l’ONMS? Si tratta di un organo creato nel 1999 che ha il compito di coordinare le iniziative per la gestione di incontri ritenuti particolarmente a rischio. Un articolo sulla Gazzetta dello Sport datato 9 Gennaio riporta i punti salienti scaturiti dalla riunione: trasferte collettive, celle di detenzione negli stadi ed una taratura più oculata degli orari delle partite sono certamente elementi utili ma in realtà l’essenziale è costituito dalle telecamere (per individuare i soggetti) e dalla certezza della pena. Anche per questo servono stadi nuovi, moderni, senza barriere. Pensate all’episodio di poche settimane fa: il tifoso del Tottenham che ha lanciato la banana all’attaccante dell’Arsenal Aubameyang è stato individuato e punito. Dopo aver pagato una multa di 500 sterline potrà riflettere su ciò che ha fatto per i 4 anni che passerà senza poter accedere alle manifestazioni sportive. Gesto del 2 dicembre, punizione arrivata 16 giorni dopo: nessun provvedimento contro un settore dello stadio, nessuna chiusura preventiva o multa alla società ospitante. Il primo esempio di civiltà lo da chi giudica.

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3 pensieri riguardo “Calcio e violenza: il modello inglese è la risposta?

  1. bel articolo
    non é un problema di facile soluzione
    1)prendiamo ad esempio cosa é capitato alla Juve
    il procuratore se la prende con Agnelli e lo accusa di non aver combattuto la camorra anzi di esserci colluso
    niente di niente su come combattere il fenomeno ed aiutare i club
    leggittimando ancor piu’ il potere degli ultrà
    ha costretto Agnelli ha difendersi publicamente
    Il procuratore pretendeva che La juve debellasse il problema “”infiltrazione mafiosa ” cosa che non é riuscita neanche alla Digos o all antimafia
    Il procuratore con il suo comportamento ha reso i club ancor di piu’ ricattabili

    2) Quanto successo a Milano dimostra che quasi tutti i club ne soffrono
    ma i club si devono difendere sia dalla legge che dai malfattori che sanno che la legge é dalla loro parte
    infatti l’inter é stata punita come son stati puniti tutti i supporter in buona fede
    e poche punizioni per chi commette i fatti

    3) l’emerito procurattore che sa fare la voce grossa solo contro la juve non ha proferito parola a supporto
    delle vittime ((club e supporter per bene )

    Lo stato che sembra completamente disinteressato al fenomeno
    non mette a disposizione le leve necessarie ai Club per difendersi anzi da vittime passano a carnefici

    a seguire

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  2. Ciao Paolo,
    il punto centrale secondo me è che non possono pagare tutti le colpe di pochi. I mezzi per individuare i colpevoli (all’interno degli stadi) ci sono, basta avere la voglia di usarli. Oggi ne ha parlato anche Allegri e sinceramente approvo al 100%: c’è molta gente che (s)parla e pochi che hanno le idee chiare. L’ho scritto ma lo ribadisco: fermare le partite, chiudere le curve o gli stadi non serve a niente. Dimentichiamo la responsabilità oggettiva ed andiamo a prendere i responsabili dei gesti violenti o razzisti appena escono dallo stadio.Rendiamo il DASPO un provvedimento non più a tempo ma definitivo: vedrai che dopo un po’ il numero di episodi si ridurrà drasticamente. Sul Procuratore francamente non so cosa pensare, lo vedevo bene da Marzullo.
    ps a proposito di cultura, rispetto ed educazione: vediamo come verrà accolta la Juve a Bologna domani….

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  3. E come voui che venga accolta
    Con uno stadio pieno portando un incasso importante per le casse ďel Bologna
    E con tutti i filosofi a commentare il var e gli arbitri in caso di vittoria juve o a celebrarne
    La caduta
    Fa parte del gioco
    Sul razzismo hai messo il dito sulla piaga chi non lo ë viene percepito come debole
    Un fenomeno sempre pjû diffuso in Europa non solo nello sport
    Cosa c entra Marzullo?
    Ma a chi compete usare quei mezzi per identificare e punire i colpevoli .
    I CLUB ? La fedrazione? Lo stato? O tutti e tre uniti e compatti?
    Quando parlavo del procuratore mi riferivo a questo
    Invece di sostenere la Juve e Agnelli e collaborare per risolvere il problema lui cosa fa?

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