Mario e gli “allegri” per caso

Il saluto ufficiale di Mario Mandzukic decreta la fine dell’era Allegri, del “risultatismo” ad ogni costo contrapposto alla vittoria come conseguenza del dominio del campo. Al momento questo passaggio mi provoca non poche paure; un po’ per indole personale, un po’ per l’effettiva difficoltà che rappresenta. Sono calcisticamente vecchio: abituato a guardare prima la casellina di destra del risultato, se la mia squadra gioca in casa, molto contento quando riporta lo zero del cosiddetto “clean sheet”.

Aneddoto di qualche anno fa: è il campionato Nazionale Juniores, stiamo giocando in Versilia e stiamo vincendo per 4-0. La squadra si sfilaccia, corricchia e lascia passare un po’ troppi avversari. Gli urlacci (miei e del portiere di allora) non sono sufficienti: mi ritrovo in un 2 vs 1 da ultimo difensore, l’attaccante finta il passaggio al compagno liberissimo in area e prosegue. Qualche decimo di secondo prima avevo scelto la parte giusta da coprire ma arrivo in ritardo e prendo più gamba che palla. Morale: rigore e 4-1 per noi. Alla fine esco inviperito per il gol preso (che poi il gol l’ha segnato pure l’uomo che marcavo io…) mentre il Mister dice qualche parola che ovviamente non sento, così occupato a maledire chi non si cura delle mie statistiche e pensa solo a segnare ancora. Siamo fatti così, cresciuti guardando miti come Maldini e Baresi o il tedesco della Juventus Jurgen Kohler,

Juventus-Ascoli_1-0,_12_aprile_1992,_Oliver_Bierhoff_e_Jürgen_Kohler
Da wikipedia – Jurgen Kohler nel 1992

un uomo che ha vinto tutti i tipi di manifestazione a cui un calciatore possa partecipare. Siamo quelli del “primo non prenderle” che tanto prima o poi un gol lo troviamo. Anche per questo “difensivismo” il cambio di mentalità richiesto alla Juventus lo vediamo per quello che è cioè piuttosto complesso. Cito Sarri di qualche giorno fa: ”Anche il Liverpool di Klopp ha avuto bisogno di tempo” Vero, ma quanto tempo? Al primo anno Klopp arriva ad ottobre per sostituire Brendan Rodgers e finisce ottavo in Premier. Disputa però la finale di Europa League, perdendola. Stessa sorte per la finale di League Cup persa contro il City. Il secondo anno va un po’ meglio: con il 4° posto in Premier il Liverpool ritrova la Champions League. Dal terzo anno il cambio di marcia: sempre 4° in Premier, i Reds raggiungono la finale di Champions dove perdono per 3-1 con il Real Madrid. Finalmente l’anno successivo arriva il trionfo nella massima competizione continentale: la squadra di Klopp batte per 2-0 il Tottenham dopo una Premier persa per un solo punto a favore del City di Guardiola. Il resto è storia recente con il trionfo in Coppa del Mondo per club. Ecco per capirci, Sarri non ha 2 anni di tempo. Ha due mesi, esattamente gennaio e febbraio 2020. Sono i mesi (quasi) senza coppe europee, i mesi in cui la squadra può allenarsi di più ed assorbire completamente il cambio di mentalità. Cambio che ovviamente è fatto di tanti principi che si traducono in movimenti diversi da fare in campo. Il concetto base, l’equilibrio tanto caro ad “Acciughina” Allegri, è sempre quello. Se prima, persa palla, ci si teneva quasi tutti dietro la linea della stessa e si sfruttava l’abilità innata della difesa schierata (scelta logicissima avendo la BBC) ora la tendenza è il famoso “difendere in avanti” che richiede la partecipazione di tutti, primi quelli che sono più vicini alla palla perché la pressione è da portare a tutto campo. Esempio di meccanismo mentale vecchio: perdo palla, guardo verso la mia porta (se ci sono avversari liberi) e recupero la posizione lasciando per un attimo l’attenzione sul pallone in quanto, mettendomi tra la linea della palla e la porta, mi devono comunque superare. Vantaggio: copro bene vicino alla porta. Svantaggio: recupero il possesso più lontano dalla porta avversaria. Meccanismo nuovo: perdo palla e subito vado in pressione a scalare verso la posizione del pallone con grande intensità. Vantaggio: recupero palla più vicino alla porta avversaria. Svantaggio: se salta una “copertura” salta tutto il castello e l’avversario abile riesce a costruire senza grossi problemi delle azioni pericolose. Da qui la riluttanza di Sarri nello schierare il “tridente pesante”, da qui la continua pericolosità della Lazio nell’ultima sfida di Supercoppa (oltre ad una forma eccezionale degli uomini di Inzaghi). E che c’entra Mandzukic si dirà?

Juventus_Coppa_Italia_2017_-_Mario_Mandžukić
Da Wikipedia – Mario Mandzukic festeggia la Coppa Italia 2017

Non entriamo nella scelta di società e allenatore di chiudere con il croato, vedremo i risultati a maggio. Mario però rappresentava forse meglio di chiunque altro la capacità di una squadra di adattarsi alle circostanze o, se preferite, l’intelligenza di Allegri nel cucire un vestito adatto agli uomini che aveva a disposizione. A tal proposito recupero un tweet del 22 gennaio 2017 “Formazione Juve: ogni reparto è un numero a caso + Mandzukic”. Attenzione alla lettura: non è una critica all’allenatore ma un elogio al calciatore, abilissimo nel fare entrambe le fasi (possesso e non possesso). Era il giorno dell’invenzione del 4-2-3-1, proprio contro la Lazio allo Stadium. La Juventus reggeva la presenza di Higuain, Dybala, Cuadrado e Mandzukic grazie al sacrificio di tutti. La mediana tutta fosforo formata da Pjanic e Khedira era ben supportata dal talento degli esterni, Alex Sandro e soprattutto quel Dani Alves abilissimo nella costruzione e nell’inserimento. Da repubblica.it di quel 22 gennaio ‘17 “Il 4-2-3-1 ha funzionato grazie soprattutto allo straordinario spirito di sacrificio di Mandzukic…”. Al di là della vasta “letteratura” sullo spirito guerriero di Marione Mandzukic e del dispiacere nel vederlo andare via mi piace ricordare che il centravanti croato è stato sempre un uomo dai gol importanti: ricordiamo solo quelli dello scorso anno con la doppietta al Napoli, e i gol al Milan, Inter e Roma, tutti da 3 punti. Scelta fatta però e dunque avanti tutta verso la direzione scelta. E’ un momento in cui la Juventus non deve farsi prendere da dubbi o ripensamenti: deve mantenere metaforicamente il piede ben piantato sull’acceleratore e proseguire per la strada scelta. Quindi difesa alta e difendere in avanti senza perdere la capacità di coprire la porta aspettando l’avversario perché è impossibile mantenere l’intensità elevata per i 100 minuti di una partita. Vietato guardare indietro non solo in campo: sarebbe facile perdersi in un passato fatto di 8 scudetti consecutivi, sarebbe un’imperdonabile leggerezza non pensare al nono. Un trofeo in cui non metti tutta la cattiveria e il sacrificio è come la copertura saltata di poco fa: fa saltare tutto il castello.   

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