Le dieci partite più importanti del decennio (secondo me)

Quello tra il 1 gennaio 2010 e l’imminente 31 dicembre 2019 è stato un decennio di calcio difficile da dimenticare. Dopo l’abisso e la caduta, la mia squadra ha conosciuto il ritorno, la resurrezione e il trionfo. Manca il coronamento finale, il cui inseguimento ci dà la ragione per continuare a seguire con interesse e trepidazione anche il prossimo decennio, per quanto a dare fiducia sia più la statistica (prima o poi, per semplice calcolo delle probabilità, dovrà succedere) che un ottimismo vero e proprio.

Questo decennio ha visto anche il debutto delle mie noterelle calcistiche, avviate a febbraio 2012 tramite lo strumento oggi dimenticato delle “note” di Facebook, e passate attraverso due blog, La vita e le opinioni di Francesco Toscano, gentiluomo e poi, dal 2015, questo Il calcio è uguale per tutti, creato con gli amici Claudio e Felix; i miei pezzi hanno conosciuto momenti di entusiasmo e altri in cui si sono decisamente diradati, hanno trovato nell’esame delle vicende di Calciopoli un tema pressante e inesauribile, e in definitiva hanno fatto e continuano a far parte della mia vita intrecciandosi inestricabilmente con il mio essere tifoso e appassionato di calcio.

È per questi motivi che non posso fare a meno di proporvi, tramite una scelta totalmente soggettiva (che poi è l’unico criterio valido e serio per questo genere di cose), l’elenco delle dieci partite che, dal mio particolare punto di vista, sono state le più importanti del decennio. Preciso soltanto che l’ordine in cui le partite compaiono in questo elenco è puramente cronologico.

1. Bayern Monaco – Inter 0-2, 22 maggio 2010

Ho visto questa partita ostentando indifferenza per il suo risultato. Ma è chiaro che se avesse vinto il Bayern non mi sarebbe dispiaciuto. Molte delle ansie e delle ossessioni del tifo juventino nel decennio appena trascorso derivano infatti da questo risultato, inutile negarlo. Se Bayern Monaco – Inter del 22 maggio 2010 non ci fosse stata, o non fosse finita come è finita, ogni juventino oggi sarebbe più sereno nel vivere l’inseguimento al traguardo che manca più di ogni altro. E invece il decennio si è portato dietro questo marchio indelebile, che ha tramutato ogni tifoso interista in esperto di “mentalità europea” e in giudice di come si vince o si perde una Champions. E ha lasciato invece in ogni tifoso juventino il sentimento più sgradevole e difficile da ammettere, quando si parla di calcio: l’invidia. Invidia per la capacità di giocarsi una sola finale in 45 anni, ma vincendola; per la possibilità di vincere il trofeo contro Olic e Altintop, Van Bommel e Badstuber. Momenti di debolezza inevitabili ma passeggeri: nessuno vorrebbe essere interista, ma la nobile bellezza di un inseguimento che diventa ossessione a volte diventa difficile da sopportare, e allora fa male sapere che altri ci sono riusciti quasi per caso, come quando tiri tante volte di seguito un dado ed esce sempre sei.

2. Juventus – Milan 2-0, 2 ottobre 2011

Il primo atto del ciclo degli otto scudetti consecutivi. L’epifania. L’urlo: “siamo tornati”. È appena la sesta giornata del campionato che vede per la prima volta Antonio Conte sulla panchina bianconera. Altre volte, negli anni precedenti, la Juve è partita bene in campionato, l’epifania di quel 2 ottobre non consiste quindi nel trovarsi in testa alla classifica. Anzi, quella è una cosa che può capitare; succede sempre a inizio campionato che ci siano un Chievo, un Udinese, un Verona a fare da sorpresa momentanea in vetta. L’epifania, la rivelazione stanno invece nello svolgimento della partita. È una Juve che ancora non ha un’identità tattica e di uomini ben definita; gioca titolare Krasic, per dire. Ma già pienamente riconoscibili sono la cattiveria, la voglia di vincere, la “fame”. Difficile descrivere la sensazione inebriante provata nel vedere la partita, nel gustarla dal primo all’ultimo minuto; all’inizio con sorpresa, nello scoprirsi azione dopo azione superiori agli avversari; poi con sempre maggiore convinzione e consapevolezza. Il tabellino può essere ingannevole: 2-0 sì, ma con due gol segnati all’87o e nel recupero. La lunga attesa di un vantaggio che è sembrato sin dall’inizio necessario e inevitabile, tuttavia, lungi dallo sminuire la vittoria e la prestazione, ha reso più piacevole il tutto, ha spalmato il godimento su tutti i minuti del match. Mi sono già dilungato, ma è necessario dire che in quella notte torinese in cui giocò insieme a Pirlo e Vidal Claudio Marchisio sembrò davvero uno dei centrocampisti migliori della sua epoca.

3. Milan – Juventus 1-1, 25 febbraio 2012

A quell’epoca, devo confessare, guardavo ancora le partite tramite streaming improbabili con commenti in lingua straniera che facevano atmosfera, anche se non capivo una parola. Fu perciò per me fonte di grandi dubbi e incertezze la visione del colpo di testa di Muntari finito in rete, senza che la rete venisse assegnata. Non capivo cosa fosse successo, e perché il gol fosse stato annullato (perché ero convinto che fosse stato visto e annullato). La tv continuava a trasmettere replay dell’azione, ma ovviamente la lingua non mi aiutava a capire. È stata questa la mia personale prospettiva su uno degli errori arbitrali più belli e grotteschi di sempre. E se il mito di Maradona è fatto anche dal celebre gol della “mano de Dios”, l’epica del ritorno alla vittoria della Juventus in serie A sarebbe stata incompleta, monca, imperfetta senza il “gol di Muntari”. La nostra resurrezione, il nostro urlo “siamo tornati” non potevano essere completi senza un errore arbitrale; non sarebbe stato onesto né giusto. “Conte senza vergogna” che litiga con chiunque in tv diventa quel giorno compiutamente e definitivamente il nostro condottiero.

4. Juventus – Lazio 2-1, 11 aprile 2012

Durante questa partita mi resi protagonista dell’esultanza più indiavolata e scatenata del decennio, e forse dell’intera mia vita da tifoso. Pochi giorni prima il Milan aveva incredibilmente perso in casa contro la Fiorentina di Amauri (quell’Amauri) e aveva permesso alla Juventus di tornare in testa. Parliamoci chiaro: che eravamo tornati una squadra vera, in grado di lottare al vertice seriamente e non in modo effimero, lo si era capito sin dall’inizio; ma credere che avremmo vinto davvero lo scudetto, strappandolo al Milan, era tutto un altro discorso. Molti di noi non ci hanno creduto fino all’ultimo, e venivamo da annate talmente deprimenti che, sembra incredibile dirlo, molti si sarebbero anche accontentati di un secondo posto onorevole. Ma tornati in vetta ad aprile, sarebbe stato ormai inaccettabile rinunciare a puntare al massimo risultato. Restava una partita veramente difficile, quella in casa contro la Lazio l’11 aprile 2012. La Juve riesce a passare in vantaggio, con una rovesciata di Pepe su assist scucchiaiato da Pirlo; ma la Lazio trova il pareggio con un colpo di testa di Stefano Mauri. La partita non si sblocca anche grazie alle parate decisive del portiere biancoceleste Marchetti, e a un certo punto, al 27o della ripresa, esce Vucinic ed entra Alessandro Del Piero. Già, in quella Juventus giocava ancora Del Piero, la bandiera che ha attraversato, più che decenni, intere ere geologiche. A ottobre il presidente Agnelli, senza romanticismo e senza pietà, aveva chiarito che quello sarebbe stato l’ultimo anno di contratto del capitano; e l’annuncio aveva anticipato una stagione di totale irrilevanza e marginalità. E però, uno sceneggiatore bravo avrebbe previsto un’ultima grande vittoria, il ritorno alla vittoria, prima dell’addio; e magari con un contributo decisivo. Quando entra in campo contro la Lazio, Alex ha segnato appena un gol in campionato, due settimane prima, contro l’Inter. Bello, ma non decisivo per il risultato. Stavolta invece il vecchio capitano è indispensabile, perché il risultato non si schioda dal pari, il Milan potrebbe tornare avanti, e allora addio sogni di gloria. All’improvviso la sceneggiatura più bella e romantica diventa realtà: punizione da distanza impossibile, battuta un po’ a sorpresa, traiettoria beffarda, e gol. Il gol decisivo per lo scudetto, così è nella mia mente nel momento in cui mi scateno nella mia stanza. Ed è il gol decisivo di Alessandro Del Piero. La storia si è compiuta: ormai non ci prendono più.

5. Juventus – Udinese 4-0, 19 gennaio 2013

La sera in cui ti rendi conto di avere in squadra un fenomeno non la puoi dimenticare. La sera del 19 gennaio 2013, allo Stadium contro l’Udinese, è perciò quella di un’altra epifania, quella di Paul Labile Pogba. Il più rimpianto giocatore del decennio, da quando è volato via da Torino. A dire il vero non mi ricordavo nemmeno che la partita fosse finita 4-0, avrei detto 2-0, con due gol SUOI, quei gol, quelli dopo i quali non poteva più essere considerato uno normale, quelli con cui ha spazzato via gerarchie e dubbi, come dovrebbero fare sempre i giovani in ogni campo: prendersi il proprio spazio rivendicandolo a gran voce, prima che qualcuno dia loro il permesso per farlo. Pogba aveva 19 anni, ma a fine stagione totalizzò ben 27 presenze in campionato, di cui 18 da titolare, passando da giovane promessa a perno indispensabile con la rapidità dei grandissimi. Non sono stati i suoi primi gol, questi all’Udinese; aveva già segnato contro il Napoli, a ottobre. Ma questi sono stati i gol della rivelazione, specie il primo: riceve palla a distanza impossibile dalla porta e scaglia un destro di pura e indescrivibile potenza che sottrae il pallone allo sguardo di tifosi e spettatori, per farlo riapparire magicamente in porta, tra lo sbalordimento generale. È stato bello assistere all’infanzia di un campione; in quelle prime settimane, con quel ragazzino gigantesco e onnipotente in mezzo al campo, tutto sembrava possibile, nessun traguardo precluso.

6. Borussia Dortmund – Juventus 0-3, 18 marzo 2015

La resurrezione era realizzata, ma il tifoso bianconero è incontentabile, e allora non si poteva non notare come essa fosse incompleta. All’inizio della stagione 2014-2015 si era ormai reduci da tre scudetti consecutivi, la squadra era diventata dominatrice pressochè incontrastata in Italia, ma in Europa i risultati erano mediocri: un’eliminazione ai quarti di Champions, quasi senza toccare palla, contro il Bayern, la beffa sul campo di “tamburello” di Istanbul, la mancata finale di Europa League, e a complicare il tutto un allenatore che riteneva le grandi sfide europee semplicemente non alla nostra portata. Ma poi quell’allenatore ha scelto di andare via, ne è arrivato un altro, e anche se non ce lo aspettavamo, in Italia abbiamo continuato a dominare esattamente come prima. E in Europa? La sfiducia prevaleva, e il girone autunnale non era stato particolarmente brillante, malgrado la qualificazione grazie al secondo posto dietro l’Atletico Madrid. Ad aspettarci agli ottavi il Borussia di Jurgen Klopp, che due anni prima era arrivato in finale, ma che soprattutto ci riportava alla mente grandi successi e disastrose batoste europee; squadra ideale dunque per provare a riallacciare i fili col passato. All’andata avevamo vinto 2-1 con reti di Tevez e Morata, ma il gol concesso stupidamente a Reus con la goffa scivolata di Chiellini non ci lasciava tranquilli in vista del ritorno. E invece la notte del Westfalenstadion si chiude con un perentorio 3-0, siglato ancora da Tevez e Morata, che sancisce realmente il “siamo tornati” in campo europeo. Era la trasferta in cui potevamo sfaldarci, e forse fino all’anno precedente sarebbe successo. E poi, improvvisamente, eccoci; davanti al muro giallo torniamo la grande Juve, quella abituata a strapazzare il Borussia tutte le volte (tranne una). Adesso si guarda con fiducia anche all’Europa, e di colpo il nuovo allenatore Allegri non sembra più un ripiego dopo l’addio del fuggitivo, ma un nuovo condottiero capace di portarci a traguardi impensabili. Da ristorante da cento euro a All you can eat in un colpo solo. Quella campagna europea si prolunga in effetti fino alla finale, giocata contro il Barcellona di Messi, Suarez e Neymar. Quella partita non figura in questo elenco perché non costituisce una vetta in positivo né in negativo; non credevo che potessimo vincere, non l’ho mai pensato, ed era già bello tornare ad assaporare l’aria di una finale europea. Il momento di tornare a vincere sarebbe arrivato più avanti, pensavo.

7. Juventus – Napoli 1-0, 13 febbraio 2016

Questa è forse la meno sentita delle dieci partite inserite in quest’elenco; tutte le altre sono scaturite spontanee nella mia mente, mentre per questa ho dovuto pensarci, decidere, valutare. In effetti, tra le partite più importanti del decennio, una delle tante vittorie contro il Napoli ci può stare. E quale se non questa? La Juve non era in testa alla classifica, non lo era mai stata, in quell’anno. In vetta c’era il Napoli di Maurizio Sarri, il cui bomber Higuain stava stabilendo un record storico di gol in serie A. La Juve veniva da quattro scudetti consecutivi, e sembrava destinata ad abdicare, dopo un avvio di campionato disastroso; e dopo tanti trionfi, chi avrebbe potuto avere qualcosa da ridire? Ma la storia del ciclo di vittorie tuttora ininterrotto stava diventando gradualmente la storia delle occasioni in cui il ciclo si sarebbe potuto interrompere, e invece niente. Anche quella sera del 13 febbraio 2016 va così: un miracolo difensivo di Bonucci toglie il gol a Higuain, mentre a pochi minuti dalla fine, quando ormai i partenopei pregustano un buon pareggio che li lascerebbe in testa alla classifica, entra in campo uno degli attaccanti più scarsi che abbiano mai vestito la maglia bianconera, il lucano Simone Zaza. È proprio lui a tre minuti dalla fine a calciare da fuori con un sinistro di pura potenza, che viene deviato e si insacca alle spalle di Reina. La Juventus torna in vetta alla classifica, definitivamente; mentre il Napoli di Sarri, la seconda migliore squadra italiana del decennio, inaugura un inseguimento che, nel corso degli anni, frutterà solo secondi posti e crisi di nervi. Tutto per una deviazione.

8. Juventus – Real Madrid 1-4, 3 giugno 2017

Il buco nero del decennio. La delusione più atroce. La ferita che non si rimargina.

9. Juventus – Real Madrid 0-3, 3 aprile 2018

Quando, mesi dopo, provavo a razionalizzare l’esito della finale di Cardiff, riflettevo sul fatto che sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, vincere la Champions senza avere in squadra o Ronaldo, o Messi. Insieme, in effetti, hanno vinto sei delle dieci Champions del decennio. Ma in particolare era quel portoghese maledetto a rischiare di diventare, col tempo, una vera ossessione: non gli era bastato bastonarci meno di un anno prima in finale, rieccolo ai quarti dell’edizione 2017-2018. Riusciamo a prenderci una parzialissima, insignificante rivincita? Ma figurati: cross basso di Isco ed eccolo come al solito a centro area, nessuno riesce a fermarlo, vantaggio Real. Dopo nemmeno tre minuti di gioco. Al 63o, poi, l’azione che tutti ricordano, quella dopo la quale non puoi più nemmeno odiarlo: il cross da destra, il volo al centro dell’area, la rovesciata da fumetto, da cartone animato. La partita finisce 0-3, la Juve brillante e incostante di quella stagione riuscirà quasi a ribaltare il risultato, al ritorno, con una delle solite imprese incomplete e incompiute caratteristiche delle nostre avventure europee, mentre Ronaldo vincerà a fine stagione l’ennesima Champions del suo personale bottino. Ma ciò che più conta, e che fa entrare di diritto questa partita tra le dieci più importanti del decennio, è che dopo quanto accaduto allo Stadium, il gol, gli applausi, l’omaggio del pubblico, il presidente Agnelli decide di por fine all’ossessione del portoghese nel modo più impensabile, eppure l’unico logico e plausibile: portandolo in bianconero.

10. Inter – Juventus 2-3, 28 aprile 2018

Il giorno in cui il Napoli di Sarri perse lo scudetto in albergo. Il giorno in cui il ciclo poteva finire, anzi era già finito, e forse sarebbe stato giusto così; forse sarebbe stato meglio così. L’ultima partita dell’elenco è anche l’unica sfida Juve – Inter della serie. I match tra queste due squadre nel corso del decennio sono sempre stati tesi e vibranti al di là della posta in palio; le scorie degli eventi del 2006 non si sono ancora esaurite, e sembra che a ogni sfida si debba ancora misurare chi ha ragione e chi ha torto. Ma questo del 28 aprile 2018 è l’unico Juve – Inter del decennio decisivo per la classifica del campionato. La data in cui la serie di vittorie consecutive in serie A lascia la dimensione della realtà e della concretezza per elevarsi alla dimensione metafisica dell’incantesimo che niente e nessuno sembra poter scalfire. Quella sera la Juve va vicina alla fine del ciclo vincente ripetutamente, vede approssimarsi l’abisso della sconfitta come mai era accaduto dal 2011 in poi. Già una settimana prima era arrivata la sconfitta in casa nel big match con il Napoli, una crepa mai vista nella solidità bianconera. Rimaneva però ancora un piccolo vantaggio da difendere. A San Siro, la Juve passa subito in vantaggio con Douglas Costa, e va anche in vantaggio di un uomo per l’espulsione di Vecino. Ma la squadra è sulle gambe, e nella ripresa sembra capitolare; arrivano prima il pareggio di Icardi, e poi l’autogol di un malinconico e invecchiato Barzagli, una scena che sembra avere un feroce e crudele valore simbolico. È finita la grande difesa, è finita la Juve. Ma senza che si capisca bene come, la Juve riesce a recuperare e a vincere anche quella partita, quando forse nessuno osava più sperarci; io sicuramente no. Quando una traiettoria senza senso di Cuadrado si insacca dandoci il pareggio, e quando Higuain appena dopo segna il gol della vittoria, non esulto nemmeno, mi limito a un sorriso sarcastico. Non è possibile.

Che poi, se ci penso, è anche il primo commento che verrebbe in mente al me stesso del 1 gennaio 2010, se potesse leggere questo elenco: non è possibile.

3 pensieri riguardo “Le dieci partite più importanti del decennio (secondo me)

  1. Ricordare questo decennio è stato piuttosto divertente ovviamente….ci sono record che difficilmente saranno battuti. Andando avanti col gioco ho immaginato l’undici del decennio…eccolo qua, naturalmente secondo me…
    Buffon
    Dani Alves Bonucci Chiellini Alex Sandro
    Pogba Pirlo Vidal
    Dybala Ronaldo Tevez
    All. Allegri

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  2. Da tifoso interista, la ringrazio per il suo trafiletto sulla finale 2010. Posso soprassedere sul fatto che lei citi calciatori del Bayern non di primo livello con l’intento di sminuire il valore della squadra che era campione di Germania, e che lei non ricordi che in quella competizione l’Inter eliminó anche i campioni d’Inghilterra (Chelsea) e probabilmente la squadra più forte di tutti i tempi (Barcellona). Ma soprassiedo perché il suo trafiletto ha il potere di farmi tornare sempre il buonumore.. saluti!

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